Veniamo da una cultura dell’empatia. Un’empatia portata all’estremo che ci spinge a trovare la soluzione ai problemi prima ancora di aver davvero ascoltato qual è il problema che l’altro sta vivendo. Forse sarà capitato anche a te di aver bisogno di parlare con una persona del momento difficile che stai attraversando ed esserti trovato o trovata impacchettata in una soluzione non richiesta che ti ha fatto solo sentire più sola e incompresa. Succede perché chi ci ha ascoltato non ha retto il nostro dolore ma, soprattutto, non ha retto la sua impotenza di fronte al nostro dolore. Questo è l’effetto collaterale – amaro come una scorza di mandarino – dell’empatia. Un effetto che è duplice: da una parte se siamo molto empatici finiamo per sentire, magari amplificati, tutti i dolori degli altri. Dall’altra per difenderci da questo contagio emotivo, abbiamo bisogno di entrare nel ruolo del “soccorritore”, di quello che aiuta, conforta, sostiene e fa “la qualunque” pur di portarci via dal nostro dolore. Fa la qualunque meno l’unica cosa di cui avremmo davvero bisogno: essere ascoltati. Essere ascoltati e tenere le nostre parole vicine al cuore di chi ci ascolta. Condividere il silenzio che nasce dal dolore e non ricoprirlo con parole inutili. Onorare e offrire il dono prezioso del silenzio che condividiamo solo con le persone con le quali c’è davvero intimità. E non importa se le abbiamo appena conosciute o le conosciamo da una vita: l’intimità ha un suono. Un suono che potremmo chiamare “il silenzio che parla” perché dice più di mille parole.

Solo quando siamo davvero vicini ad una persona possiamo entrare in quel silenzio che non è né sordo né muto e che tutti noi abbiamo avuto la fortuna di incontrare e la possibilità di riconoscere. Tutti noi lo desideriamo. Lo desideriamo più dell’aiuto concreto e spicciolo che, se necessario, sappiamo chiedere senza troppo affanno. Le soluzioni che ci vengono proposte spesso sono proprio quelle che ci rimproveriamo di non saper fare perché richiedono uno spostamento dell’asse interiore quasi impercettibile ma irrealizzabile. Altrimenti l’avremmo già fatto. La disperazione che ci spinge a parlare è il non essere riusciti a farlo e così spesso ci ritroviamo con il sovrapprezzo che un’altra persona ci dice ciò che non sappiamo fare!

L’empatia non sottrae solo il silenzio che nasce da un ascolto intimo. Ci sottrae il sorgere della tenerezza e della compassione verso di noi e verso l’altro. Ci sottrae la possibilità di sentire quali limiti sono necessari per noi, ci spinge a dare prestiti energetici che non potremmo permetterci. Ci porta ad una generosità che ha il prezzo dello sfinimento, della frustrazione e della stessa impotenza dalla quale tentiamo di sfuggire. E, in cambio, ci lascia un regalo: il senso di colpa per non essere riusciti nell’impresa che nessuno di noi può compiere: salvare una vita che non è la sua e che non ha chiesto di essere salvata ma solo di essere ascoltata. È una fine da super-eroi ma se vogliamo essere pienamente umani vogliamo qualcosa di diverso. Vogliamo lasciare che, nel silenzio, le parole dell’altro ci tocchino in profondità. Sentire dove si agganciano al nostro super-eroe, dove toccano il nostro personale dolore e consolarlo. Il nostro dolore, non quello altrui. Perché quando avremo consolato il nostro dolore anche quello altrui sarà sollevato e tutto il mondo avrà il peso di un dolore in meno. Tutto il mondo avrà la leggerezza della piuma

E guarda il mondo. E riposa
senz’altro impegno che aggiungere
la tua perfezione a un altro giorno.
Il tuo compito
è sollevare la tua vita,
giocare con lei, lanciarla
come voce alle nubi,
a riaffermare le luci
che ci hanno lasciato.

Questo è il tuo destino: viverti.
Non devi fare nulla.
La tua opera sei tu, niente altro. Pedro Salinas da “La voce a te dovuta”Traduzione di Emma Scoles

Pratica di mindfulness: Be water

© Nicoletta Cinotti 2022 Il silenzio come cura. Ritiro di meditazione

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