Una cosa è certa: nessuno ama l’ansia e tutti siamo ben consapevoli del suo impatto sulla qualità della nostra vita e di come sarebbe bello se servisse solo per accendere i motori, lasciandoci poi liberi di muoversi senza troppa agitazione. Perché l’ansia è anche utile: è l’emozione che attiva le risorse e che ci rende, entro certi limiti, più produttivi. Il problema, con l’ansia, sono proprio i limiti perché quando è troppo intensa supera la nostra finestra di tolleranza e ci manda in una dimensione di stress che può apparirci francamente intollerabile.

La vera distinzione però sta in una preposizione: vogliamo essere liberi dall’ansia o cerchiamo una forma di libertà nell’ansia? Tendenzialmente le persone vorrebbero essere liberi dall’ansia e la mindfulness, invece, ci offre libertà nell’ansia, perchè il vero successo è cambiare la relazione con la sofferenza e non promettere che nella nostra vita non ci sia più sofferenza: sarebbe promettere un’illusione.

Il ruolo dell’apertura

Quando siamo mindful siamo presenti alle sensazioni -– piacevoli, spiacevoli o neutre – in una condizione di apertura che va al di là del giudizio che possiamo dare sull’esperienza in corso. Questo tipo di attenzione genera chiarezza mentale, gioia ed energia: è una attenzione nuda e cruda perché non attribuisce qualità diverse all’esperienza in corso. Cosa c’entra tutto questo con la psicoterapia? potresti chiedere a questo punto. C’entra perché il 100% delle persone che entrano in psicoterapia è preoccupato del passato o del futuro. O meglio, chi è ansioso è preoccupato del futuro e chi è depresso è preoccupato del passato, tanto che potremmo misurare la nostra sofferenza sulla base di quanto ci allontaniamo dal presente. Più siamo lontani, con la mente (l’unica parte capace di proiettarsi al di là del tempo e dello spazio) dal presente e più siamo sofferenti. Io, in certi giorni, misuro questa distanza in anni luce, la misuro in anni luce perché se siamo molto distanti è come se fossimo immersi nel buio: più anni luce di distanza=più sofferenza. Diventiamo marziani perché ci allontaniamo così tanto che chi rimane sulla terra ci sembra un personaggio paleolitico.

La parola mindfulness

La parola mindfulness può essere utilizzata per definire un insieme di pratiche, una qualità di processi psicologici oppure una teoria e una tradizione spirituale ma, al di là delle varie definizioni, ha due componenti fondamentali: la capacità di regolare l’attenzione in modo da rimanere ancorati sul presente e un atteggiamento di apertura – quello che descrivevo poco sopra – nei confronti della propria esperienza. Non è un mezzo per liberarsi dall’ansia ma per trovare libertà nell’ansia.

Questa qualità di apertura pone in contrapposizione due stati mentali. da una parte l’accettazione nei confronti dell’esperienza in corso e – all’opposto – l’avversione formata da un insieme di rabbia, paura, disgusto, disapprovazione.

Il curioso paradosso della vita è che, quando mi accetto così come sono, allora posso cambiare. Carl Rogers

Non è pensabile essere mindful se rifiutiamo l’esperienza che siamo vivendo; senza una qualità di accettazione diminuisce l’apertura e, inevitabilmente la consapevolezza.

A che scopo tutto questo?

Nella psicoterapia la mindfulness non è l’obiettivo – l’obiettivo rimane la libertà dalla sofferenza – ma è il percorso che consente il sorgere di due qualità fondamentali: saggezza e compassione. La compassione sorge nel momento in cui ci apriamo alla sofferenza, invece che tentare di difendersene o scacciarla, un’apertura che porta con sé il desiderio di alleviarla. La saggezza nasce dalla profondità dell’esperienza che non viene rifiutata ma conosciuta e compresa. Insieme saggezza e compassione diventano le due caratteristiche base di un’accettazione lontana dalla superficialità  e staticità della rassegnazione. Come terapeuti la saggezza è un elemento importante per non essere sopraffatti dal dolore che, quotidianamente, riceviamo: è la nostra assicurazione anti-burnout. Insieme alla compassione sono strumenti che ci accompagnano in quell’esplorazione coraggiosa e inquieta che è la cura nei confronti degli altri. Il coraggio ci è necessario per l’apertura e l’inquietudine ci è compagna nella condivisione dell’esperienza. Un terapeuta staticamente sereno è anche un terapeuta che nasconde quanto è toccato dall’esperienza che condivide; offre un modello ideale che diventa più una persecuzione che un aiuto.

Psicoterapia orientata alla mindfulness

Come si può diventare uno psicoterapeuta orientato alla mindfulness? questa domanda mi viene rivolta molto spesso e sta alla base dell’integrazione tra psico-educazione e pratica clinica. I protocolli – generalmente della durata di 8 settimane – offrono interventi brevi ed efficaci che potrebbero, in alcuni casi, sostituire una psicoterapia breve strategica ma non per questo rispondono alla domanda di una psicoterapia orientata alla mindfulness per la quale, oltre che una solida formazione come psicoterapeuta, è necessaria una stabile pratica di meditazione (alla quale si può aggiungere la formazione per diventare istruttore di protocolli mindfulness).

La pratica personale di mindfulness offre allo psicoterapeuta una qualità di presenza relazionale diversa e una maggiore self – disclosure che riduce la distanza tra psicoterapeuta e paziente: un processo delicato ma necessario, per rendere umanità alla relazione terapeutica. Questo processo può portare a “sentirsi sentiti” che è qualcosa in più della semplice condivisione: è essere sulla stessa barca, anche se con ruoli diversi, proprio come succede su una barca a vela.

Nella psicoterapia basata sulla mindfulness, vengono presentate pratiche ed esercizi mindfulness-based con l’invito a proseguire una propria pratica personale di mindfulness. Detto questo rimane aperta una domanda generale, “È utile pensare alla mindfulness come ad un nuovo modello di psicoterapia?

La mindfulness è un nuovo modello di psicoterapia?

Da un certo punto di vista può essere più opportuno definire la mindfulness come un processo curativo che, per alcuni aspetti, sta alla base di tutti i modelli di psicoterapia. D’altra parte qualunque psicoterapia fa i conti – e spesso misura anche i propri limiti – sulla base della resistenza che la persona offre rispetto ad un dolore nei confronti del quale cerca strategie di fuga, piuttosto che strategie di accettazione. Forse è in questo punto che la mindfulness può diventare una psicoterapia con un vero e proprio modello teorico di riferimento, nel momento in cui struttura quattro passaggi legati alla progressiva accettazione e lo fa attraverso specifici meccanismi d’azione.

L’apertura che si interfaccia con la resistenza ci porta ad avere inizialmente curiosità, poi tolleranza, permettere che le cose siano come sono e, infine, a stabilire una relazione amichevole trovando il valore nascosto nella propria difficoltà. Questo avviene attraverso specifici meccanismi d’azione come:

  • la regolazione dell’attenzione;
  • la consapevolezza del corpo;
  • la regolazione e differenziazione delle emozioni;
  • la rivalutazione cognitiva che permette di cogliere l’aspetto positivo delle difficoltà
  • la progressiva esposizione a ciò che ci spaventa (l’essere liberi nell’ansia di cui parlavo all’inizio dell’articolo)
  • infine, un senso flessibile di sé in cui gli elementi di cambiamento siano riconosciuti più che gli elementi statici.

Se guardiamo a questo elenco possiamo riconoscere che dukkha (il dolore), anatta (il non sè) e anicca (l’impermanenza) sono elementi che fanno da sfondo, non solo alla psicologia buddista ma elementi che possono rendere l’approccio alla psicoterapia basata sulla mindfulness un vero e proprio modello psicoterapico.

Vivere è così stupefacente, che lascia poco spazio ad altre occupazioni. Emily Dickinson

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© Nicoletta Cinotti 2021

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