Non saprei dire che sintomi ha l’anima quando è schiacciata. Forse un senso di oppressione. Oppure il desiderio di fuga o la mancanza di emozioni per le cose che di solito amiamo molto. Io me ne sono accorta perché, a un certo punto, tutto mi sembrava senza sapore. Più mi sembrava senza sapore e più mi impegnavo per dargli sapore, ma non funzionava. Rimaneva solo una grande stanchezza. Allora ho capito che era proprio quell’impegnarmi a oltranza che rendeva le cose ancora più complicate. Credo che ognuno di noi sappia che impegnarsi è bene ma sforzarsi non è meglio, eppure ce lo dimentichiamo e rendiamo le nostre giornate una lunga lista di compiti che fa appassire la nostra anima.
Diventiamo, come dice il filosofo sudcoreano Han Byung-Chul, una società tutta tesa a produrre una prestazione che porta, alla fine, a un infarto dell’anima.
Un infarto non registrabile con strumenti medici: ce ne accorgiamo per la stanchezza senza riposo, una stanchezza che divide anziché unire. Tutto diventa autocentrato, sia nella gioia che nel dolore. In questa stanchezza che divide perdiamo la gentilezza e l’attenzione agli altri. Allora diventano indispensabili pochi, semplici accorgimenti per la manutenzione dell’anima. Non per farla lavorare di più ma per premiarla con pratiche che le consentano di respirare.

© Nicoletta Cinotti tratto da “Mindfulness in 5 minuti. Pratiche informali di ordinaria felicità” per la Rubrica “Addomesticare pensieri selvatici”

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