La meditazione ci cambia – mostra quello che serve – non necessariamente quello che vogliamo.

Le motivazioni per iniziare un protocollo di riduzione dello stress, per avvicinarsi alla mindfulness o alla meditazione in senso più allargato, possono essere svariate. Possono esserci motivazioni molto specifiche, come far fronte ad una malattia dolorosa o ad una situazione lavorativa estremamente difficile da gestire. Si percepisce un senso di sofferenza e ansia soffuso e permeante, ma difficile da attribuire a qualcosa nello specifico. Si prova l’esigenza di cambiare, di approcciarsi a qualcosa di nuovo. Si è semplicemente curiosi e con una sana dose di scetticismo si decide di intraprendere tale percorso.

Prendere familiarità

C’è una parola tibetana che mi ha colpito molto durante le mie letture. Gom, uno dei modi per dire meditazione. Questa parola è traducibile anche con “familiarità”, “prendere familiarità con”. Non importa che sia una parola tibetana, importa che sia una parola legata alla pratica. La Mindfulness si fonda sulla pratica Buddhista, come versione “clinica” e concisa della vipassana (una sorta di punta dell’iceberg), e su di essa si basano anche altre pratiche. Questa parola, Gom/familiarità, fornisce un’immagine preziosa. Praticare è prendere familiarità con. Prendere familiarità con il nostro modo di essere, con la nostra sofferenza, con quello che accade nel nostro corpo e nella nostra mente. Dalla semplice attenzione al respiro ci apriamo a un mondo estremamente vicino, ma a cui sovente dedichiamo poca, se non alcuna attenzione.

Un quadro della realtà

Questo prendere familiarità è un modo sincero di guardare le cose così come sono. Più autori hanno spiegato come la pratica sia un andare contro corrente. Quello che fa il nostro sé nella vita di tutti i giorni è semplice, avvicinarsi alle cose belle e piacevoli e fare il possibile, con tutti gli strumenti a tiro, per mantenerle. Quando arrivano quelle spiacevoli o quando quelle piacevoli cessano di essere, il sé si rimette in moto. Se gli strumenti a disposizione sono molti, la soluzione per allontanarsi dalla sofferenza può esser più raffinata, ma alla fine, per quanto possiamo esser bravi pittori, ci ritroviamo a dipingere un quadro – magari bellissimo – della realtà, non a notare la realtà stessa nella sua pienezza.

Un diverso cambiamento

Questo è un circolo vizioso che si auto-alimenta, e quando iniziamo a praticare le cose cambiano. Cambiano in maniera diversa, con tempi diversi, ma cambiano. Piano piano la nostra consapevolezza ci permette di notare uno spiraglio di realtà “pulita” alla volta. Pulita nel senso di scevra da aggiunte, o anche nel senso di consapevoli di tali aggiunte.

Nel momento in cui la consapevolezza ci porta ad esser più familiari, sinceramente, con il nostro panorama interno ed esterno, potrebbe anche darsi che ci metta di fronte a qualcosa di spiacevole. Qualcosa che non vorremmo vedere, con cui non vorremmo avere niente a che fare. La pratica non aggiunge nulla, pulisce piano piano le lenti dei nostri occhiali.

Qualcosa che non vorremmo vedere

Arriva il momento in cui si pensa di voler chiudere, volersi fermare. Ci sono cambiamenti ma non quelli che volevamo. Non ci sono cambiamenti alla velocità in cui li volevamo. Ci sembra di esser punto e a capo. In questi casi si riaffaccia il sé con i suoi basilari desideri.

La pratica però agisce – basti considerare anche il nome “pratica” – grazie alla continuità. Se per una vita abbiamo lasciato ogni genere di erbaccia e creatura nel nostro giardino incustodito, ci vorrà una gentile e disciplinata pazienza perché questi possa tornare a mostrare il suo innato splendore. Certe erbacce sembreranno irremovibili, ma con costanza avremo modo di scovarne le radici e, per quanto profonde, una volta trovate e sradicate sarà più semplice.

L’energia per praticare

Costa energia praticare, ma possiamo anche formulare la frase in modo diverso. Richiede energia. Suona già diversa dentro la mia testa. Per esperienza personale, quando ho iniziato a notare i cambiamenti portati dalla pratica nella mia vita, ho capito che mi tornava energia indietro, ho capito quanto fosse più che altro un investimento. Esser più presenti alle proprie reazioni e non far scoppiare un litigio, esser compassionevoli in un momento di difficoltà e ascoltare genuinamente l’altro. Piccole cose, una dopo l’altra, mi hanno ridato l’energia che avevo speso e hanno contribuito a darmi anche la volontà di investire ancora. E la pratica non è di beneficio esclusivo e personale. Se cambia il modo di stare in relazione con sé stessi e cambia la capacità di ascolto, questa cambia anche nei confronti degli altri.

©Niccolò Gorgoni  2017 Foto di ©V. Noc69

www.nicolettacinotti.net Addomesticare pensieri selvatici

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