Le nostre difese nascono molto tempo prima che ce ne accorgiamo: quando si formano sono la risposta alla nostra vita in quel momento. La migliore che abbiamo saputo dare, con le risorse a nostra disposizione.

Il passare del tempo le rende disfunzionali. Solo che ci dimentichiamo di lasciarle andare: perché le riteniamo aspetti della nostra personalità, perché siamo convinti che finalmente potremo riparare i torti subiti, oppure, semplicemente, perché manteniamo a lungo uno sguardo rivolto al passato anziché al presente.

È la mancanza di aggiornamento che rende le nostre difese patologiche: continuiamo a difenderci nel presente da qualcosa che non c’è più. Questa è la prima e vera patologia: non lasciare che il passato si allontani da noi. Ecco perché i traumi manifestano le loro conseguenze a tanta distanza temporale: diventano sintomi quando sono inadeguati al presente. Sono risposte funzionali fino a che sono radicate nel presente. Molta della nostra nevrosi attuale nasce da risposte che sono state adeguate nel momento in cui l’abbiamo imparate ma che sono diventate disfunzionali perché la nostra vita non è più la stessa.

L’effetto delle nostre difese è molteplice: ci fanno rimanere in allarme confondendo la paura con il pericolo. Ci spingono all’azione che identifichiamo con la salvezza. Ci rendono ripetitivi e automatici, facendoci credere invece che stiamo lavorando per migliorarci.

Ecco perché, dimorare nel presente, è l’unico modo per guarire il passato. Accogliere quello che è già stato, quello che è già accaduto, non è passività o rassegnazione ma semplice riconoscimento della realtà dei fatti. Significa riconoscere nello stesso momento la misura del passato e la forza del presente.

L’individuo nevrotico ha paura delle sensazioni. (…)Per questa ragione si potrebbe considerare la nevrosi una paura di essere o una paura della vita. (…) Se abbiamo paura di essere, di vivere, possiamo mascherare questa paura intensificando il nostro fare. Più siamo occupati, meno tempo abbiamo disponibile per sentire, essere e vivere. E possiamo ingannare noi stessi credendo che il fare sia essere e vivere. (…) Il ritmo frenetico e febbrile della vita moderna è una prova evidente della paura che abbiamo dell’essere e della vita. Fin quando questa paura esisterà nell’inconscio di una persona, essa correrà più in fretta e farà di più per non sentire la sua paura. Alexander Lowen

Pratica del giorno: La classe del mattino

la misura del passato

© Nicoletta Cinotti 2105

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