Stiamo sperimentando tutti la natura instabile della realtà. La sperimentiamo perché siamo in un territorio completamente nuovo. Stamattina leggevo un articolo sul New Yorker, scritto da un medico. Parlava dei protocolli farmacologici e del COVID e diceva una cosa semplice e reale. Di solito impariamo come curare una malattia sui libri e in letteratura. Con il COVID lo impariamo direttamente dai pazienti e dai tentativi terapeutici perché non sappiamo come funziona. Non sappiamo perché attacca i polmoni e lascia liberi fegato e reni. Perchè attacca più severamente alcune persone di altre. Domande che non possono trovare risposta in letteratura ma solo attraverso l’esperienza. Guardiamo cosa succede e procediamo, come dice Emily Dickinson, per passi incerti, sapendo che il prossimo passo potrebbe essere l’ultimo.

La vita in realtà è così: tentiamo di trovare la risposta già scritta, già fatta, in letteratura, ma la maggior parte delle volte dobbiamo accettare e piegarci all’insegnamento dell’esperienza. Più cambiamo velocemente e più il passato diventa un deposito poco utilizzabile di conoscenza. Sostituito da quell’apprendimento dinamico per prove ed errori che è l’esperienza. Non ci piace far ricorso all’esperienza perché significa attraversare il territorio dell’incertezza; abbandonare la sicumera; scoprire le vulnerabilità e gli errori. Per cui facciamo di tutto, prima, per vedere se qualcuno o qualcosa può fornirci una risposta già pronta e confezionata, adatta a noi. Raramente funziona ma noi siamo tipi che si arrendono con fatica e allora proviamo a cambiare “medico”, consigliere, amico, referente. Alla fine però dobbiamo riconoscere che maestra e consigliera è la nostra esperienza, quella che nasce dall’unica e selvaggia vita che stiamo vivendo.

Quando finalmente ci pieghiamo al dominio dell’esperienza e l’accettiamo abbiamo bisogno di trovare dentro di noi la stabilità della montagna e la flessibilità dell’acqua. Abbiamo bisogno della stabilità della montagna che sa che le alterne vicissitudini non sono eventi personali ma collettivi. La montagna sa che prima o poi arriverà la tempesta. Che prima o poi arriverà il sole. Abbiamo bisogno però anche della flessibilità dell’acqua che può colmare spazi minimi e farli fiorire. Che trova strade inaspettate e sorprendenti. Abbiamo bisogno della leggerezza della sua forza che quando è ostacolata canta e gorgoglia come i ruscelli di montagna. Perché la vera stabilità, che ci piaccia o no, ha una natura flessibile e instabile; non ha solo forza ma anche vulnerabilità; non solo si eleva verso l’alto ma si protende anche verso l’altro. Perchè la vera stabilità nasce dalla capacità di apprendere dall’esperienza, di farlo presto e bene come se fosse la cosa più naturale del mondo. Perché è la cosa più naturale del mondo. Soprattutto se la smettiamo di rimanere aggrappati alle false sicurezze e alle vecchie certezze.

Avanzavo di asse in asse
un lento e cauto cammino
le stelle intorno al capo percepivo
intorno ai piedi il mare –

Nulla sapevo se non che il successivo
poteva essere il mio centimetro finale –
Questo mi dava quell’andatura incerta
che alcuni chiamano esperienza. Emily Dickinson traduzione Silvia Brè

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© Nicoletta Cinotti 2020 Pratiche informali di ordinaria felicità (Segui la serie di video dal lunedì al venerdì alle 13 su FB)

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