Com’è possibile che qualcosa che è accaduto nel passato diventi un freno a vivere nel presente? Dimentichiamo tante cose, come mai dimentichiamo le chiavi della macchina, il telefono, l’appuntamento con il dentista e invece ricordiamo benissimo la lite con nostra sorella, il problema con il nostro collega d’ufficio, la nostra insegnate severa? Cos’è che non ci permette di lasciar andare quei ricordi che sono dolorosi e ci fa dimenticare velocemente la giornata piacevole di domenica, il regalo di compleanno di due anni fa?. Perché la memoria sembra amare i problemi e dimenticare il piacere?

La stessa domanda deve essersela fatta Reich, moltissimi anni fa quando si accorse che le persone, anche dopo aver capito cos’era successo, anche dopo essere arrivati ad una corretta interpretazione dei loro problemi, rimanevano attaccati a quelle memorie, a quei sintomi. La sua risposta fu semplice: perché il corpo non dimentica nello stesso modo della mente. Il corpo, per dimenticare, ha bisogno di sciogliere quello che l’ha contratto, di tornare ad essere fluido e vitale, aperto e caldo. La mente per dimenticare dice di aver bisogno di capire. Dice che l’importante è che lei capisca come se il corpo fosse un elemento molto secondario della situazione. È qui che perdiamo la partita del passato, la partita del cambiamento: credendo che solo quello che ricordiamo nella mente abbia valore e che il corpo sia stato un mezzo meccanico di presenza.

E invece, mischiate alle nostre contrazioni, impastate nei nostri collassi sta la materia delle emozioni più tenaci, quelle che ci tengono cristallizzati nel nostro passato e lo trasformano nel nostro futuro.

Le parole non dette, le emozioni non vissute stanno tutte lì, nel corpo, in attesa di venir fuori, in attesa che qualcuno le ascolti, perché loro di questo hanno bisogno: di essere ascoltate. Hanno bisogno della comprensione che nasce dall’ascolto, non quella che nasce dalla ragione.

Altrimenti il campanello delle difese continuerà a suonare. E a farci pensare che siamo in pericolo e che l’armistizio non è ancor arrivato.

 Il paziente più difficile da curare è in genere colui che mantiene un distacco intellettuale dal rapporto terapeutico. Alexander Lowen

Pratica del giorno: Classe del mattino

© Nicoletta Cinotti 2018 Amore e passione tra mindfulness e bioenergetica

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