Ci sono diverse ragioni per cui associo meditazione e poesia. Una di queste ragioni, forse la più fondamentale, è che la nostra mente originaria è una mente che parla e comunica per metafore. Forse è proprio per questo che molte persone lamentano di “non capire la poesia”. In effetti le metafore non vanno capite ma vanno lasciate risuonare dentro di noi. La metafora è un linguaggio sonoro e immaginifico che ci permette di cambiare registro oppure ci lascia un po’ sospesi e disorientati. Quando siamo sospesi e disorientati abbiamo due possibilità di scelta: possiamo gustare questa nascita in un mondo nuovo ed esplorarlo oppure possiamo cercare prima possibile qualcosa di conosciuto. Allora chiudiamo la poesia e diciamo, “non capisco la poesia” ma, in realtà, in quel momento la poesia ci ha tolto quella certezza a cui eravamo appoggiati e questo non ci piace affatto. Eppure, proprio in quel momento, la poesia ci ha fatto anche un altro regalo: ci ha reso attenti.

L’attenzione e la poesia

L’attenzione, in meditazione così come in poesia, ha il compito di approfondire ciò che conta, ciò che ha valore, offrendo un particolare stato di consapevolezza che unifica e focalizza senza isolare. Potremmo dire che quando la nostra attenzione è ben equilibrata permette di sperimentare una permeabilità stabile e focalizzata. Il momento in cui l’attenzione apre le porte della percezione è il momento in cui avviene un’epifania, qualcosa che, come dice Wordsworth “è troppo profondo perché ci siano lacrime”. Nell’attenzione il mondo e il Sé diventano coerenti. Entriamo in quello che lo zen chiama “lo sforzo senza sforzo”.

Per una goccia di pioggia la gioia è entrare nel fiume e la bellezza sta in questa apparente opposizione che conduce alla gioia attraverso una porta che esprime un equilibrio tra il desiderio di fluire e la paura che fa resistere. Così l’attenzione che permette di praticare e la concentrazione che ci assorbe mentre scriviamo o leggiamo poesie ha una sua qualità dinamica che percorre tre diverse direzioni.

La direzione dell’attenzione

Anche se può sembrare strano l’attenzione – così mutevole e leggera – ha una direzione nel suo movimento. La prima direzione (ma non parliamo in ordine cronologico) è quella di muoversi verso un centro che mette insieme le cose. Cose anche apparentemente lontane. Così in una poesia possiamo trovare insieme elementi disparati che si incontrano in un campo di significati condivisi. Il secondo movimento è quello di focalizzarsi su un oggetto – sul respiro per esempio – al fine di dare chiarezza alla percezione. se il primo movimento può sembrare caotico, il secondo movimento offre ordine e riposo e una chiarezza che non possiamo identificare con una comprensione facile ma che ci offre una possibilità di comprensione. Focalizzarsi sul respiro non è che un’opportunità per “ripulire il terreno”, come facciamo quando ci prepariamo a seminare l’orto e togliamo pietre ed erbacce dopo aver sollevato la terra. il terzo movimento riguarda la densità, quella qualità di intensificazione della presenza che ci rende più vivi e più umani. Questa intensificazione nasce dall’incontro tra sensazioni fisiche, pensieri, emozioni e rende le parole dense di significati, rende l’esperienza densa di sostanza anche se, apparentemente, alleggerita dal peso dell’identificazione con l’esperienza stessa.

Dhyana, meditazione

In sanscrito la parola per concentrazione è la stessa che per meditazione è Dhyana, in cinese è chan, in giapponese è zen. In tutte e tre queste lingue il significato è concentrazione, che deriva dal greco kentron, riportare al centro, che è come dire che quando sei attento torni al centro, al cuore delle cose, al cuore della presenza.

La qualità sonora del verso, la sua prosodia, porta la mente a diventare attenta senza sforzarsi e apre le porte alla percezione. Ci insegna a mettere insieme parti separate e distanti semplicemente affermando la possibilità di connessione tra una parte e l’insieme. Leggendo una poesia ad alta voce il corpo e la mente entrano in questo ritmo o forse dovrei dire che ritrovano la loro unità di ritmo, respiriamo al riitmo del respiro del poeta, seguiamo l’andamento della sua lingua e del suo tono e riecheggiamo dell’esperienza che ha dato vita a quella poesia, proprio perchè sillabiamo, come bambini, ogni singola parola. Questa cadenza ci permette di entrare in un feeling-tone: il feeling tone dell’intimità. Dentro la musica di ogni poesia – che sia a verso libero o con una forma chiusa – sta sempre lo stesso ritmo: il ritmo del battito del cuore e del respiro.

Raymond Carver

Amo Raymond Carver con lo stesso affetto con cui ho amato i miei compagni di banco. Siamo vicini anche se abbiamo vite diverse. Stessi compiti, stesse difficoltà; a volte uno sorpassa e si ferma ad aspettare che l’altro arrivi. A volte vai avanti fino al punto da accorgerti che essere davanti da solo non è così interessante. Raymond racconta non-eventi, attimi di vita quotidiana che diventano brevi racconti di quello che vuol dire essere presenti. È una poesia  che ha un ritmo, anche se non ha rime o forme chiuse. Il ritmo è dato dai suoi pensieri e dal suo respiro che si incontrano in un senso di gratitudine e stupore per essere tornato vivo. Per aver attraversato la notte, la morte, l’offuscamento e aver ritrovato la luce. Il senso di gratitudine, l’amore per le piccole cose, la passione per guardare il mare di fronte alla sua finestra, aiuta ad entrare in sintonia con il fatto che la nostra vita è fatta di momenti che la consapevolezza rapisce dall’oblio a cui sarebbero destinati.

Carver è sopravvissuto all’alcolismo per ammalarsi di cancro, verrebbe da dire con cinica ironia ma lui non la racconta affatto così. Racconta la gratitudine di essersi reso conto in tempo, in tempo per vivere almeno il tempo di provare gratitudine. Io non sono mai stata alcolista ma capisco cosa vuol dire Carver quando parla del chiudersi fuori e cercare di rientrare. Lo capisco perchè è successo e succede ancora, a volte, anche a me. Costruisco qualcosa di cui non faccio davvero parte. Allora è l’attenzione alle piccole cose che mi permette di rientrare. Inevitabilmente per farlo, anch’io come Carver, devo accettare di “rompere la finestra”.

Chiudersi fuori e poi cercare di rientrare: racconti in forma di poesia

Dove l’acqua con altra acqua si confonde

Se siamo fortunati, non importa se scrittori o lettori, finiremo l’ultimo paio di righe di un racconto e ce ne resteremo seduti un momento o due in silenzio. Idealmente, ci metteremo a riflettere su quello che abbiamo appena scritto o letto; magari il nostro cuore e la nostra mente avranno fatto un piccolo passo in avanti rispetto a dove eravamo prima. La temperatura del nostro corpo sarà salita, o scesa, di un grado. Poi, dopo aver ripreso a respirare normalmente, ci ricomporremo, non importa se scrittori o lettori, ci alzeremo e, “creature di sangue caldo e nervi”, come dice un personaggio di Čechov, passeremo alla nostra prossima occupazione: la vita. Sempre la vita.

Quando amiamo una poesia, quando amiamo quello che leggiamo sperimentiamo una resa, quella stessa resa che ci permette di dire che “stiamo praticando”, indipendentemente dal fatto che i nostri occhi siano aperti o chiusi, Indipendentemente dal fatto che ci sia gioia o dolore. Quella resa è descritta da quel rimanere, “un momento o due in silenzio”. A volte meditiamo ore per arrivare ad un momento o due di silenzio, quando la nostra mente accetta la resa e arriva l’equanimità.

Almeno

In attesa di vedere quel che accadrà, una delle poesie degli ultimi tempi della sua vita.

Felicità

Questo articolo è un’anticipazione del nuovo corso registrato “Meditazione e poesia” che sarà online a partire dal 15 Luglio: un regalo da portare in vacanza con te!

© Nicoletta Cinotti 2021

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