Ho visto molti matrimoni fallire perché cercavano di essere perfetti.

“All you need is love” è una canzone dei Beatles di più di 50 anni fa: è una specie di ritornello che ogni tanto mi torna in testa. Suona dentro di me con vare tonalità e arrangiamenti nelle situazioni più disparate. Quando qualcuno mi parla di come si sente sul lavoro, quando una coppia, alla fine del loro matrimonio, arriva da me e mi rende testimone del disastro. Quando una giovane collega mi racconta delle difficoltà che ha per iniziare la professione. All’inizio ho pensato che fosse una stranezza legata all’età e al fatto che il mio repertorio musicale ha bisogno di un robusto aggiornamento. Poi ho capito che non era proprio così. Il mio preconscio mi diceva che, per quanto le situazioni fossero davvero diverse tra loro, erano tutte legate da un filo comune: la mancanza di amore

Gli effetti della mancanza di amore

Gli effetti della sensazione di non essere amati (a volte è una sensazione realistica, altre volte no) sono intensi e hanno effetti sia immediati che cumulativi. Diventano immediatamente un senso di dolore, di sorpresa, di ferita. Nel tempo – con il protrarsi della situazione – vanno a costituire quella che chiamo la politica del risentimento. Un continuo tornare agli errori passati, un leggere la situazione attuale alla luce di quello che non ha funzionato prima. Una specie di stallo per cui non siamo in grado di andarcene ma il nostro modo di rimanere è frustrante e scoraggiato.

Ad un certo punto la politica del risentimento produce due convinzioni immobili: non c’è speranza e non c’è via d’uscita. Il risentimento – per strano che possa sembrare – non è una emozione che indica la soluzione. Indica la stasi, il rimanere in maniera improduttiva nella difficoltà. Come se l’unica cosa possibile fosse rimanere a soffrire.

La sensazione di non essere amati

Dietro alla nascita del risentimento c’è la sensazione di non essere amati. O, peggio ancora, la sensazione di essere amati a condizione di essere diversi da come siamo. È questa la ferita più grande. Ognuno di noi ha un alter ego – un’immagine ideale di sé che rappresenta quello che, secondo noi, dovremmo essere – l’orrore è che ci sembra che gli altri amino il nostro alter ego e non noi. La cosa peggiore è quando iniziamo a fingere per convincere gli altri della nostra amabilità. Siamo convinti che se mostrassimo cosa sentiamo e pensiamo davvero verremmo “licenziati”, in senso letterale e metaforico. Raramente è proprio così. Mettiamo in scena la nostra commedia – o tragedia – interiore. Quella che vede, per protagonisti, noi e il nostro fratello vincente (o sorella). Il nostro alter ego nasce nell’infanzia: per noi è inconcepibile non essere amati. Così quando non ci sentiamo amati dai nostri genitori – che, invece, amiamo tantissimo – pensiamo che sia colpa nostra. Che se fossimo migliori non succederebbe. E, in effetti, abbiamo un sacco di episodi in cui siamo stati bravi e siamo stati premiati con l’amore.

Così ogni volta che non ci sentiamo amati finiamo per sentirci feriti e, contemporaneamente, per sentirci responsabili di questo fallimento. Una trama sottile di dolore, delusione e risentimento relazionale inizia a costruirsi. E, come se non bastasse, a volte tutto questo avviene solo nella nostra mente!| In realtà l’altro non ci sta rifiutando, scartando, non amando. Magari ci dice qualcosa che riattiva uno schema dell’infanzia ma lui o lei voleva solo che passassimo a prendere il pane. O che portassimo il documento da una stanza all’altra dell’ufficio.

Perché più non ci siamo sentiti amati e più nutriamo il sospetto che nessuno possa amarci davvero.

Sono passato attraverso momenti davvero terribili nella mia vita, alcuni dei quali sono realmente accaduti. Mark Twain

Mi ami davvero? Mi stimi davvero?

Quando aggiungiamo questo avverbio – davvero – non stiamo usando solo un rafforzativo. Stiamo mettendo in dubbio che le cose stiano proprio come sembrano. Non ci crediamo, perché ci sembra troppo bello, perché siamo stati bruciati da qualche esperienza passata. Quel davvero ci mette un attimo a trasformarsi in una promessa delusa e poi in risentimento. Il materiale finale di tutte le promesse deluse è il momento in cui entriamo nella politica del risentimento, quando ne diventiamo membri, tutta la storia acquista un solo significato: diventa un rafforzativo della nostra paura, dei nostri dubbi. Un rafforzativo delle nostre aspettative negative.

Abbiamo bisogno di mettere una pausa tra passato e presente per poter uscire dalla politica del risentimento. Un vecchio psicoterapeuta familiare prendeva le coppie in psicoterapia ad una condizione : che parlassero solo del presente. Che evitassero, ogni volta, di ripercorrere la storia dei loro fallimenti passati, delle ferite del passato. Se accettavano questa condizione potevano iniziare una psicoterapia. Io direi che una coppia in grado di accettare completamente questa condizione non ha bisogno di una psicoterapia. Lui affermava che il passato non è necessario raccontarlo. Quello che c’è di vero torna, nel presente, nelle nostre azioni quotidiane.

Il passato non è solo ciò che è successo ma anche ciò che avrebbe potuto succedere ma non è avvenuto.Sarah Ban Breathnach

Lasciar andare il passato

Effettivamente sul tema dell’amore il passato gioca un ruolo dominante. Crediamo molto di più sulla base di quello che è gia successo, che sulla base di quello che sta succedendo. Chiediamo all’amore congruenza e continuità perché sia credibile. Eppure lo sappiamo bene che non possiamo essere sempre nello stesso modo. Che non possiamo essere sempre dello stesso umore. Ciononostante le incongruenze dell’altro ci turbano tantissimo. Molte relazioni avrebbero una vita migliore se, invece che chiedere al nostro partner di essere sempre come lo vorremmo, inserissimo nelle trame, anche le sue difformità. A volte, quando compri un vestito in fibra naturale trovi un cartellino che dice “Le imperfezioni del tessuto non sono dovute a fallacie ma alle caratteristiche naturali del filato”. Proporrei di mettere un simile cartellino anche all’anello di fidanzamento o matrimonio. Partirei dall’inserire l’inevitabilità del cattivo umore, dell’errore in ogni rapporto. Li renderebbe molto più duraturi. Ho visto molti matrimoni fallire perché cercavano di essere perfetti.

Sempre negli stessi abiti trovi le istruzioni di lavaggio: più sono preziosi e più devi fare attenzione quando li lavi e li stiri. Siccome magari li abbiamo pagati molto li portiamo volentieri in lavanderia. Proporrei lo stesso trattamento con cautela anche nelle relazioni. Non trattare troppo bruscamente il tuo partner: è imprevedibile se e quanto questo nutrirà la politica del risentimento. Ma, in genere, una volta che si è entrati in quel partito, la faccenda diventa veramente complicata

La politica del risentimento

Moltissime volte mi è capitato di vedere separazioni che avvenivano quasi senza litigi perché, nel tempo, era stato covato un risentimento così sordo, così profondo che si passava direttamente dall’ufficio dell’avvocato. Non è un modo per tollerare: è un modo per  aggiungere un errore dopo l’altro, senza offrire la possibilità di recupero. Ecco direi che la politica del risentimento è peggio della politica della vendetta. La vendetta – ad un certo punto esce allo scoperto – e ti costringe a giocare le carte che hai in mano. La politica del risentimento – condita da litigi o in assenza di litigi – segna delle tacche sulla fondina della pistola e quando non c’è più spazio per altre tacche, chiude la partita. Si nutre della sensazione ricavata da passate esperienze negative e fa una somma che arriva sempre a 100. Può funzionare così anche sul lavoro: ad un certo punto non è più possibile tollerare il fatto di non vedere riconosciute le proprie qualità, la propria generosità, e tutto diventa un robusto prelievo sul conto della fiducia relazionale. Un robusto prelievo che, se non rimpinguato da azioni positive, porta il conto in rosso.

Cosa fare allora per prevenire il risentimento, visto che curarlo richiede la più nobile delle azioni: lasciar andare?

Le priorità non sono scritte sul granito. Debbono essere flessibili e cambiare insieme a noi… Ci vuole pace mentale e chiarezza per riconoscere e riordinare le priorità personali significative. Forse è per questo che così tanti di noi procrastinano.Sarah Ban Breathnach

Stop Rain in relazione

Nei protocolli mindfulness per la riduzione dello stress si suggerisce di fare piccole pause – spazi di respiro di tre minuti – durante la giornata per tornare presenti, fuori dal flusso delle attività. Lo scopo di queste brevi pause è prendere contatto con quello che c’è: può voler dire entrare in contatto con la tensione, con lo stress, con il disagio. A quel punto abbiamo già iniziato un atto di cura, prestando attenzione. Fermarsi al momento giusto è fondamentale: evita di complicare la situazione e di farci fare azioni delle quali poi potremmo pentirci. E il risentimento è una di quelle emozioni che ci fa fare azioni di cui poi, nel lungo periodo, forse non ci pentiamo ma ne subiamo le conseguenze. Nelle relazioni vale la stessa regola: ogni tanto dovremmo fare Stop Rain in relazione. Per prevenire (che è meglio che curare) e per prendere contatto con quello che c’è in quel momento. Non ha importanza se, troviamo sentimenti positivi o negativi: il fatto di fermarsi funziona come se facessimo un versamento di fiducia, cura, attenzione sul conto emotivo dell’amore.

Il risentimento è un’emozione cumulativa, non immediata. Cresce con il tempo e con il sommarsi della frustrazione che non viene scaricata ma immagazzinata.Fare una pausa, prendere contatto con quello che c’è ci mette nella condizione di curare quello che dovremmo curare. Di coltivare quello che vogliamo davvero coltivare e di eliminare quello che, invece, sta avvelenando il nostro orto.

Molte coppie usano le mini vacanze in questo modo: può essere una buona idea purché poi, tornati a casa, il souvenir sia maggiore intimità e contatto e non il nervosismo delle valigie da disfare.

Il contatto: antidoto naturale del risentimento

Il contatto, l’intimità, sono antidoti naturali del risentimento. Non avete idea di quante coppie conosco che, con varie motivazioni, non dormono nello stesso letto. Forse non è un caso che poi arrivino nel mio studio. A volte la scusa è il bambino che non dorme. A volte che uno deve alzarsi presto. A volte che russa. Solo che poi non è più una volta ma 100, 1000 volte e si perde così una occasione di contatto e intimità. Se si perde quella va sostituita con qualcosa di altro: non si può perderla e basta. Non si può pensare che mandare il marito fedifrago a dormire sul divano sia una soluzione. È una scelta infantilizzante che non serve a nessuno e molti tradimenti nascono più dalla politica del risentimento che da un vero interesse per una persona esterna alla coppia.

Verificare il conto del contatto e dell’intimità è fondamentale per non far vincere la politica del risentimento che ha un spread altissimo con interessi da usurai

La ferita del non amore

Il risentimento ha una radice che è sempre nel passato, in quel dubbio fondamentale sulla nostra amabilità. Non siamo mai sicuri di essere amati, né di essere amabili. E se non impariamo a riconoscere quando quello che accade nel presente riapre la ferita del passato, rischiamo di ripetere le stesse situazioni e difficoltà relazionali. Non possiamo chiedere ai nostri partner di riparare ferite che non hanno aperto loro. Non funziona così e non può funzionare. Fa parte della nostra responsabilità dichiarare pace a quello che non abbiamo ricevuto: è diventato il nostro marchio di fabbrica. Quell’imperfezione che rende la seta più preziosa, il filato unico. È importante essere consapevoli di cosa accende e quando accende gli interruttori della nostra reattività. Non possiamo altrimenti sapere se stiamo rispondendo al presente o al passato. E rispondere male al nostro passato rende futuri gli stessi errori che vorremo eliminare. Scrivi una lista degli errori da non ripetere ma, accanto metti anche il nome degli interruttori. Gli interruttori sono quelle situazioni in cui ri-attualizziamo il conto del risentimento e lo rendiamo così presente da disegnare la nostra vita.

L’approfondimento della prossima settimana sarà dedicato agli interruttori ovvero come non rendere elettrica la nostra vita!

© Nicoletta Cinotti 2018

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