L’altro giorno mi sono accorta di aver fatto un errore informatico. Grave, anzi gravissimo, come mi dico ogni volta che sbaglio qualcosa.

La reazione è stata la stessa – conosciuta e familiare – un senso di vergogna e imbarazzo. Un rossore che forse non era visibile ad occhi esterni ma che io sentivo e riconoscevo benissimo. In un altro momento sarebbe partita anche l’autocritica. Questa volta c’è stata una timida e debole protesta sul mio essere miope e pasticciona. Sul fatto che sperimento troppo, che dovrei stare più ferma e più stabile su quello che conosco.

Poi, improvvisamente, mi sono accorta che stava succedendo qualcosa di diverso. In un angolino nasceva una curiosità per quello che era successo, il desiderio di capire. Nasceva la voglia di imparare. Ero sul lungomare, il luogo delle mie camminate mattutine, e davanti a me c’era un bambino che avrebbe potuto avere diciotto, venti mesi. Correva facendo finta di scappare dalla mamma. O meglio lui scappava davvero ma era chiaro che con quelle gambe piccole piccole era facilmente raggiungibile. Si è voltato, forse per controllare dove fosse la mamma, e, in quel momento, è caduto di fianco. Una di quelle cadute comiche che solo i bambini sanno fare. Cadute che sfidano qualunque legge di gravità. La mamma è corsa verso di lui. Lui ha fatto un accenno di pianto e poi vedendola arrivare con un viso sorridente, è ripartito a gattoni, velocissimo. Il gioco poteva proseguire!

In quel momento aveva sperimentato una sofferenza personale – cadere – e una sofferenza interpersonale – la paura di perdere il gioco di rincorsa con la mamma. Fosse stato più grande avrebbe anche sperimentato una sofferenza sociale: qualcuno l’aveva visto cadere. Di fronte ai nostri errori ci sono questi tre tipi di sofferenza: personale, relazionale e sociale. Come risponderemo nasce dal diverso peso che queste tre diverse sofferenze hanno su di noi. Se la sofferenza sociale è preponderante rimarremo bloccati dalla vergogna. Se, invece, è più importante l’aspetto relazionale la risposta del nostro interlocutore sarà centrale per la direzione che prenderanno le nostre emozioni. Sua madre ha sorriso: possiamo continuare a giocare, non è successo niente di grave. Infine se cadendo si fosse fatto davvero male, a quel punto la sua sofferenza personale avrebbe preso lo spazio principale.

Per un attimo abbiamo avuto la stessa esperienza: abbiamo sbagliato, siamo caduti e siamo andati avanti. Credo che sia stato in quel momento che ho capito che, in fondo, la sicurezza, la protezione dall’errore è un multistrato. La mia sofferenza era sociale – che cosa diranno le persone che si accorgeranno dell’errore – relazionale – volevo fare qualcosa in più per il nostro reciproco comfort e invece ho sbagliato. E personale: ho voluto fare qualcosa che non conoscevo bene per “mettermi al sicuro” e non ci sono riuscita.

Siamo sempre lì, pronti a sbagliare qualcosa. In quel momento si aprono i tre livelli della sofferenza – personale, relazionale, sociale – ma si aprono anche diverse possibilità. Possiamo vergognarci, imparare, sorridere dei nostri errori, con quella tenerezza che ci racconta di più sull’amore per la vita di qualunque altra storia mai scritta prima. In fondo il dare l’attenzione all’errore ha aumentato la mia stabilità nell’essere presente.

Il dare attenzione al respiro non riguarda propriamente il respiro, come neppure il dare attenzione a un qualsiasi altro oggetto di attenzione è dare propriamente attenzione a quell’oggetto. I diversi oggetti di attenzione ci servono per aumentare la stabilità del nostro essere presenti. Jon Kabat-Zinn

Pratica di mindfulness: La mente del principiante

© Nicoletta Cinotti 2021 Il protocollo MBSR

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