Dove vivo c’è un posto, che si chiama la quadrata. Non è veramente quadrato ma quasi ed è il posto dove prima o poi tutti i bambini del paese vanno a giocare. C’è una bella vista, è uno spazio definito e protetto, sembra un’enorme palcoscenico disegnato da tre scalini a scendere. I bambini vanno matti per la quadrata: perché ci sono gli altri bambini, ci sono degli scalini che possono fare infinite volte e perché lo spazio è delimitato. Davanti c’è l’unica libreria del paese. Così è facile che passi di lì e mi fermi.

A volte mi metto a sedere – perché tutt’intorno è possibile sedersi – e faccio finta di avere qualche bambino da guardare. In realtà li guardo tutti perché sono divertenti come un film e mi insegnano un sacco di cose. Sulla curiosità, sulla passione, sull’interesse, sulla rabbia e sull’amore. Così ho scoperto una cosa.

Fino a 2 anni, massimo tre, nessun fallimento è un grosso problema. Cadono, piangono, si rialzano, ri-cadono, piangono meno, a volte ridono perché hanno rifatto lo stesso errore e continuano. Prima o poi imparano. E la loro attenzione è tutta nell’imparare, nello scoprire. Non sono preoccupati di suscitare approvazione. Sono sensibili all’approvazione ma quello che fanno li interessa troppo per perdere tempo a pensare che cosa vedranno gli altri. Tanto sono tutti lì ad incoraggiarli, sorridenti o preoccupati ma incoraggianti. Poi, da un certo momento, succede qualcosa: sbagliare non è più neutro. Sono orgogliosi di quello che sanno fare ma, in ogni caso, non vogliono sbagliare.  E gli adulti iniziano a rimproverare gli errori, come se fosse possibile evitare di farli. Se cadono è proprio uno sbaglio. Se gli altri non giocano con loro è proprio un problema. L’interesse nei loro riguardi cambia. E il loro umore diventa più variabile. Il loro carattere più definito e fanno discorsi da grandi.

Però ho capito una cosa: tanto più sono appassionati tanto meno sono preoccupati di sbagliare. E più velocemente superano il problema. La passione è contagiosa: per cui se un gruppo gioca appassionatamente a qualcosa, tutti vogliono entrare nel gioco. È il divertimento, il piacere che attrae.

Credo che la passione faccia lo stesso effetto a tutti: più sei appassionato, più sei coinvolgente. Meno sei preoccupato di aver sbagliato. Vuoi imparare ma l’errore non ti paralizza. Se invece sei in una prestazione, fatta per ricevere approvazione, ogni errore, anche minimo, è un problema. Perché basta pochissimo per rompere l’immagine che gli altri hanno di noi, ci vuole tanto perché una passione si spenga. Forse non si spegne mai.

Allora forse, quando siamo veramente molto preoccupati di sbagliare, dovremmo chiederci cos’è che ci appassiona e ripartire da lì, dalla nostra motivazione interiore a fare qualcosa. Dovremmo ripartire da quell’interesse, quel piacere intimo e profondo che ci spinge avanti. Allora sbagliare diventa solo la punteggiatura di imparare.

Cadere sette volte e rialzarsi otto. Proverbio giapponese

Pratica di mindfulness: La classe del mattino

© Nicoletta Cinotti 2017 Verso un’accettazione radicale

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