Cosa vuol dire neurodiversità e quanti modi diversi di funzionare abbiamo? Sono domande che possono sembrare banali ma disegnano la distinzione tra normalità e disturbo del linguaggio e quindi finiscono per disegnare la storia delle possibilità di un bambino che ha una partenza diversa da quella dei suoi coetanei. La storia di Agnese è raccontata in questo libro – leggero e piacevole – in prima persone. Agnese è una bambina che non impara a parlare come gli altri bambini ma che ha bisogno di un percorso dedicato per farlo e arrivare, a quattro anni, al linguaggio verbale. Dentro di lei questa mancanza di parole suscita una tempesta emotiva che a volte è molto difficile da padroneggiare. La cena, quando la sua famiglia è a tavola e si scambia il resoconto della giornata, è uno dei momenti critici, in cui i suoi scoppi di rabbia possono impegnare tutta la famiglia. Ma questo è solo l’inizio della sua storia: una storia fortunata perché accompagnata dall’affetto e dall’intelligenza di una grande famiglia, materna e paterna, e dall’affetto e dall’intelligenza delle persone che si sono occupate di lei: la sua logopedista, la psicomotricista, l’insegnante di sostegno e tante altre persone non ultima la copywriter che ha raccolto e dato voce e struttura ai suoi ricordi.

Ho incontrato Agnese nel suo giardino e ho trovato un’adolescente piacevole, sicura di sé e in grado di sostenere una conversazione: credo che tutto questo sia frutto di una grande determinazione e di grandissime risorse personali. Vedendo Agnese nessuno la definirebbe per il suo disturbo dell’apprendimento – Agnese è dislessica – nessuno la definirebbe per la sua Ombra. Ombra è il nome che lei ha dato al suo alter – ego, quello che vive tempeste emotive di proporzioni gigantesche anche per banali contrattempi. Ne parla con consapevolezza, una consapevolezza che a volte non ritrovo nelle persone “normali”, quelle che non hanno avuto particolari difficoltà di sviluppo.

Il libro è interessante per tanti motivi: permette di comprendere – dall’esplorazione accurata che Agnese ne ha fatto – che cosa può voler dire non trovare le parole e quanto può essere difficile misurarsi continuamente con persone e bambini che non hanno difficoltà a trovarle queste benedette parole. Permette di comprendere anche la capacità che le parole hanno di calmare le tempeste emotive, raccontando come la sua crescita nel vocabolario si accompagna alla sua serenità emotiva. È interessante anche l’arrivo alla diagnosi che è un percorso, come dovrebbero essere tutte le diagnosi. Saper dare un nome al suo problema le restituisce forza perchè quella diagnosi è a posteriori, arriva nel momento in cui è Agnese a “sceglierla”e le permette di trovare un’altra parola: “ragazza aspy”, quella che dà il titolo al libro.
Questa definizione non dà un’etichetta ad Agnese, come spesso succede con le etichette precoci e non comprese, ma le offre quel “naming is taming” ossia la possibilità di addomesticare la sua Ombra che continua ad esistere ma con la quale ha imparato regole di reciproca convivenza.
La storia del rapporto con la sua ombra non è solo la storia di Agnese: è la storia di tutti noi che pretenderemmo di trovare soluzioni chirurgiche anziché di entrare in dialogo con quella parte di noi che non sa trovare le parole.
Quando si arriva così alla diagnosi non è tanto importante che la diagnosi sia giusta: ha già fatto il suo dovere: quello di permettere alla persona di riconoscersi.
L’intenzione di Agnese è quella di aiutare a comprendere come funzionano le persone con un disturbo pervasivo dello sviluppo. Non so se sia possibile generalizzare la specificità della sua esperienza, so che offre un buon esempio di cosa vuol dire non farsi fermare dalle difficoltà e di che cosa vuol dire saper trasformare un problema in opportunità:
© Nicoletta Cinotti per la Rubrica “Addomesticare pensieri selvatici”

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