Circa dieci anni fa ho incontrato per la prima volta Gregory Kramer, un insegnante di dharma americano, durante uno dei suoi ritiri italiani.
Ero arrivata al ritiro senza particolari aspettative, curiosa di incontrare una meditazione in diadi ─ di qui il nome di Insight Dialogue ─ dove il silenzio era accompagnato da condivisioni verbali. Sapevo che questa meditazione era nata e si era sviluppata online e questo mi rendeva ancora più curiosa.

La sorpresa è stata grande. Seduti di fronte per condividere, toccati dalle parole dell’altro, con l’invito ad ascoltare profondamente senza entrare nel dialogo ma lasciando che le parole entrassero in profondità, la prima sensazione che ho avuto è stata quella di essere, per la prima volta, davvero nuda e cruda, senza orpelli di nessun tipo. La seconda sensazione è stata di comprendere il senso della parola “rivelazione”. La rivelazione è qualcosa che avviene durante la pratica, qualcosa che non conosci fino a che non ti si presenta davanti, con semplicità e luminosità. Dici o scrivi qualcosa che non eri consapevole di conoscere fino ad un attimo prima e che ti rivela una verità non discutibile eppure dinamica.

È stato lì che ho colto la differenza tra “raccontare una storia su di me” e dire la verità. Mi sono accorta che le due cose non coincidevano: anche se avevo detto la verità, le storie che ripetevo su di me erano storie ego-centrate e statiche che immaginavano i fatti come se fossero compiuti e conclusi a un dato momento. Ma i fatti della nostra vita continuano a modificarsi anche dopo che sono avvenuti.Ho recentemente concluso un sodalizio professionale. Quell’evento, avvenuto un anno fa, sta cambiando significato. All’inizio l’ho visto in un modo. Adesso lo vedo in maniera molto diversa e non so come lo vedrò tra qualche tempo.

L’intimità può nascere in un attimo

Ho imparato che l’intimità può nascere in un attimo quando condividiamo le rivelazioni che ci offre la pratica. In verità la rivelazione è un elemento che la pratica coltiva sia quando siamo a occhi chiusi che a occhi aperti. Qualsiasi momento è buono: può succedere durante le attività più ordinarie come durante la meditazione perché, respiro dopo respiro, l’insegnamento del soffio si realizza nei modi più imprevedibili. Quell’evento accaduto un anno fa continua a rivelarsi, attraverso la pratica, anche grazie alla meditazioni in diadi che porto avanti con il mio compagno di pratica. Ascoltare un’esperienza simile, con la voce di un altro, mi ha aperto ad una prospettiva meno centrata su di me.

Quando siamo toccati dalle parole che ascoltiamo dai nostri compagni di pratica, ogni persona diventa un maestro zen che ci aiuta a contrastare la tendenza alla speculazione astratta o alla autoindulgenza emotiva. Un maestro insegna cosa vuol dire ascoltare in profondità: permettere alle parole di arrivare al cuore e non solo alla mente.
Più siamo capaci di prestare attenzione a noi stessi più siamo in grado di ascoltare anche gli altri e di discernere la verità che risuona tra le molte parole che ci raccontiamo.

L’Insight Dialogue.

L’Insight Dialogue è l’estensione della pratica personale, silenziosa, nella sfera interpersonale. La tecnica, le qualità coltivate e le intenzioni della pratica fanno parte della tradizione vipassana theravada e sono Sati, la consapevolezza, Samadhi, la concentrazione e Sammāditthi, la Retta visione. La Retta Visione è il primo passo del sentiero ma è anche un passo che si rinnova continuamente man mano che mettiamo a fuoco aspetti diversi di noi e del mondo. Queste qualità̀ sono portate nella relazione per esplorare attentamente le parole come elementi di comunicazione sia nell’aspetto verbale che non verbale. Impariamo a parlare di noi e impariamo ad ascoltare l’altro in modo meditativo.L’importanza di osservare l’intera gamma della nostra esperienza, includendo l’effetto degli aspetti relazionali  è spesso sottovalutato. Di solito l’enfasi è sugli aspetti introspettivi della meditazione, ma la pratica non è completa se non si riesce a partecipare al mondo esterno con precisione e cura, nei gesti come nelle parole.

Ogni momento di pratica può essere una porta che, una volta aperta, rivela qualcosa di importante sulla libertà e sull’aggrapparsi. Gregory Kramer

La tradizione e l’innovazione

Anche se è evidente l’aspetto fortemente innovativo della pratica di Insight Dialogue, la sua origine è profondamente radicata nella tradizione vipassanā theravada. Passiamo dal riconoscere la qualità dell’esperienza di meditazione, trovando parole precise per esprimerla, al portare la comunicazione nella relazione interpersonale. Un passaggio in cui la verità e la retta parola sono legate alla profondità della nostra pratica personale. Dire la verità però non è un mero atto espressivo: significa entrare davvero in relazione e vedere il sorgere dell’intimità con la nostra esperienza e con l’altro.

Le parole diventano così un modo per esplorare tre luoghi: il mondo interno, il mondo esterno e il passaggio tra un mondo e l’altro. Nel farlo la nostra mente e il nostro cuore – o se vogliamo Citta la nostra mente/cuore ─ diventano flessibili, calmi e aperti, lontani dal rischio della rigidità narcisistica che, a volte, ho incontrato anche in meditanti esperti, troppo chiusi nel loro silenzio.

La retta parola

Il protocollo di Mindfulness interpersonale si appoggia a queste fondamenta e offre l’esplorazione delle sei linee guida che aiutano a portare la consapevolezza nel mondo ricco e mutevole delle parole e della relazione. Le sei linee guida sono istruzioni di meditazione che si realizzano nella meditazione individuale e in coppia. Le nostre parole hanno un destinatario ideale, un ascoltatore, che con la sua semplice presenza cambia il significato essenziale di quello che diciamo.

Nel presentare le linee guida, Kramer afferma:

Prima di iniziare a esplorare Di’ la verità vi invito a prendere in considerazione i principi di base: non mentiamo; diciamo le cose così come le percepiamo effettivamente. Allo stesso tempo, nessuna pressione a dire cose che non si vogliono dire o che per qualche motivo non sembrano appropriate. Siete sempre voi a decidere. Evitate di dire ciò che non serve; c’è economia nelle vostre parole. Dite ciò che è appropriato e non di più. Inoltre, accostatevi al parlare con un’attitudine gentile, di non-durezza. Così come parlate con gentilezza, con gentilezza ascoltate. Persino le cose più difficili da dire sono dette con buona volontà. Gregory Kramer

La sua definizione della linea guida Dì la verità mette insieme ogni elemento della retta parola all’interno di una matrice relazionale: non parliamo mai solo a noi stessi. Le parole raggiungono gli altri e li toccano. Toccano il loro cuore.

Quanto bisogno abbiamo di una retta parola?

Nella tradizione buddista la retta parola fa parte dei tre passi che ci guidano verso un comportamento etico. È di questi giorni la riflessione sull’impatto – grave – delle fake news e la dimostrazione dell’effetto che possono avere le parole nel dirigere i nostri comportamenti verso l’odio o verso la violenza. Accade perchè le parole dirigono la nostra attenzione e la rinforzano. Per questo le scelte etiche hanno bisogno di essere coltivate tra una retta parola, un retto pensiero e una retta intenzione. Possono così condurci verso lo sviluppo della saggezza: quell’imparare dall’esperienza che rende ogni cosa illuminata. Una retta parola può nascere solo da noi? O ha bisogno che sorga nel dialogo che orienta il nostro sguardo verso la relazione? Non è forse così che possiamo salvarci da un tentativo autoritario e narcistico, tipico di una mente che vede solo le proprie ragioni?

© Nicoletta Cinotti 2021

 

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