Di solito non rispondo ai commenti che ricevo: a volte sono dolcissimi, altre volte simpatici e divertenti. A volte critici, com’è giusto che sia. Rido, mi ingioio e lascio andare (Ingioio; voce del verbo ingioiarsi, forse dialettale. Significa mi riempio di gioia. Chiaramente è un verbo riflessivo!). Solo che ieri ho ricevuto un messaggio che ha “bucato” la mia attenzione perché era un messaggio “pericoloso”. Non pericoloso per me ma per la persona che lo scriveva. Nessuno vuole fare male: tanto meno chi cura. Eppure quella persona sembrava fosse stata ferita: questa è la mia risposta . Una risposta che riguarda molte persone, forse riguarda tutti noi perchè parla della relazione tra perseveranza, fiducia e speranza.

Mi è stato insegnato che bisogna lottare, e, soprattutto, non mollare. Siccome questa comunicazione è congruente con il mio carattere, per un po’ l’ho considerata un tesoro. Solo per un po’ perché ben presto mi sono accorta che mi “rompevo le ossa”;  la mia attitudine di base era troppo determinata: non riuscivo a sciogliere in saggezza questa determinazione.

Sapere quando lasciar andare è centrale soprattutto nella vita relazionale. Troppa determinazione aumenta il conflitto. C’è un punto – delicato da scoprire – in cui abbiamo bisogno di capire che è necessario fermarsi e accettare le cose come sono piuttosto che andare avanti a testa bassa per cambiarle. Punire è un modo per essere eccessivamente determinati. Perseverare un altro modo. Anche evitare può essere una forma di perseveranza. Evitiamo di affrontare l’argomento perché sappiamo che la nostra posizione non cambia ed esprimerla susciterebbe una ripetizione del conflitto.

Per molte persone però non perseverare vuol dire perdere la speranza: possono andare avanti solo perché c’è la speranza che le cose cambino. Sentimento difficile la speranza: può nutrirsi di aspettative e costruire delusione. A volte la speranza è una forma estrema di perseveranza: malgrado tutte le evidenze contrarie, continuo a credere che le cose possano cambiare (Nota a margine: molte donne che rimangono con uomini che le maltrattano sperano che lui cambi). Non è proibito sperare anche se, personalmente, ho visto diversi danni fatti dalla speranza. E, perché no, anche qualche sorpresa positiva. Spesso ottenuta a prezzo di grandissimi sforzi.

Alla speranza io preferisco sostituire la fiducia. La fiducia che, anche se le cose non sono come vorrei e non cambiano come desidero, possa esserci qualcosa di importante che arriva, al di là della mia determinazione. La fiducia non cresce con lo sforzo ma con l’apertura e il lasciar andare. È un sentimento – quello della fiducia – che ha bisogno di spazio e la perseverenza e la speranza di spazio ne lasciano poco. Tendono ad occupare tutto lo spazio mentale disponibile: a volte acciecano. Ho perseverato venti anni dentro una società che mi controllava attraverso la svalutazione. Quando ho rinunciato a convincerli che andavo bene ho cominciato a fiorire. Quando ho accettato di andarmene ho ripreso a vivere. Sono stati venti anni persi? A volte lo penso. Di sicuro sono stati venti anni immolati alla mia determinazione. Dedicati alla mia perseveranza.

La perseveranza è anche quella che mi fa sedere qui ogni mattina e scriverti. Che differenza c’è tra questi due diversi modi di perseverare? Il primo aspettava un cambiamento dall’esterno e lavorava perché si realizzasse. Aspettavo che mi apprezzassero, che mi dessero incarichi adeguati e per convincerli lavoravo “gratuitamente” come una matta. Speravo che capissero. Non ci siamo capiti. Credo che se fossi stata meno determinata mi sarei accorta prima che non sarebbe successo ma la mia determinazione, unita alla speranza in un cambiamento che a volte veniva promesso come premio futuro, mi hanno oscurato e portato ad una lettura della realtà filtrata dalla speranza più che dal realismo.

La perseveranza che mi fa meditare ogni giorno, scrivere ogni giorno è una perseveranza che ha fiducia in me, nella mia possibilità di crescere prima ancora che nella necessità di cambiare. Ho fiducia nel fatto che darmi voce sia un modo per prendermi cura della parte che vuole essere ascoltata e che non è accondiscendente. Non sono accondiscendente però ho imparato a nuotare con la corrente e ad aver fiducia nella corrente. Sono più felice ma, soprattutto, sono più flessibile.

Ho una fiducia così grande: non nel senso che tutto andrà sempre bene nella mia vita esteriore, ma nel senso che anche quando le cose mi andranno male, io continuerò ad accettare questa vita come una cosa buona. Etty Hillesum

Pratica di mindfulness: La consapevolezza del corpo perché il corpo rivela sempre quando la nostra perseveranza ci sta facendo male.

© Nicoletta Cinotti 2019 Scrivere la mente

Photo by Nathan Anderson on Unsplash

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