Ho parlato a lungo con un’amica che ha deciso di sospendere una cura. Non tollerava più gli effetti collaterali dei farmaci e nemmeno l’idea di doverli prendere a vita. Non sono state chiacchierate leggere eppure abbiamo anche riso parecchio ricordandoci di quante volte abbiamo affrontato insieme situazioni che ci sembravano drammatiche e che, viste a ritroso, ci sembrano solo comiche. Ci siamo ricordate la prima vacanza all’estero da sole, i vestiti scambiati, lo stesso ragazzo che piaceva ad entrambe e che poi ha scelto una terza ragazza alla quale noi abbiamo cominciato a guardare con antipatia. Un’antipatia che nel tempo è diventata amicizia: sono ancora sposati ed entrambe siamo d’accordo che lui ha fatto la scelta migliore che poteva fare.

La scelta migliore che si poteva fare

Il punto è che nel momento in cui scegliamo qualcosa non sappiamo mai se sarà la scelta migliore. Semplicemente scegliamo quale rischio vogliamo correre e su questo è difficile dare buoni consigli. I rischi li corriamo sempre sulla nostra pelle e quindi è piuttosto difficile dare suggerimenti a riguardo. Il punto è scegliere tenendo conto dei propri limiti e delle proprie possibilità. Il punto è scegliere ammettendo un margine di rischio: è quello che ti spinge un po’ oltre il consueto. Così quando il nostro compagno di liceo ha lasciato l’azienda in cui lavorava per provare a fare il lavoro dei suoi sogni abbiamo tutti pensato che fosse coraggioso.

Ecco il coraggio è quello di scegliere l’ignoto che ti mette alla prova.

Tra sottomissione e ribellione

Un’altra amica diceva che lei, invece, è solo una codarda. Ha usato un termine così forte che mi ha scosso. Sono una codarda perché ho sempre avuto paura di fare quello che volevo: paura di scontentare gli altri. È una persona generosa, che si è occupata dei suoi genitori come io non saprei e non vorrei fare. Che ha tenuto insieme una famiglia grande e difficile con un senso di abnegazione che non conosco nemmeno da lontano. Non sei codarda, le ho risposto, sei generosa.Non è generosità la mia perché io ho paura di fare quello che mi piace e finisco, per non sbagliare, per fare quello che sono sicura piace agli altri“, ha replicato lei, in una delle sue giornate peggiori.

Alexander Lowen dice che le nostre difese corporee – quelle che diventano anche difese mentali – si organizzano attorno a due estremi: quello della sottomissione e quello della ribellione. Sono entrambe difese, non c’è una ipotesi migliore dell’altra. Il punto è che a volte è coraggioso accettare e a volte è coraggioso andarsene. Se quello che scegliamo è spinto dalla paura non siamo soddisfatti. Perché la paura non ci rende mai soddisfatti: sappiamo che stiamo assaggiando solo un frammento della nostra vita.

Ecco il coraggio è cambiare diventando sé stessi e non quello che vogliono gli altri.

Il coraggio di avere dei valori

Non mi rassegnavo a lasciarla nel suo malumore così, invece che cercare di farla ridere – cosa che faccio di solito quando le cose prendono una brutta piega – ho insistito ancora e le ho chiesto cos’era importante nella sua vita, per cosa si alzava ogni giorno. “I miei figli sono importanti, la loro salute, il loro benessere. È importante che nella vita possano realizzare i loro desideri.Potrebbero farlo senza il tuo impegno? le ho chiesto. “Non lo so con certezza ma loro mi sono molto grati di quello che faccio e che ho fatto per loro.” Sei stata coraggiosa per loro, hai fatto cose che non credevi avresti mai fatto? si, mi ha risposto, sono stata coraggiosa perchè desideravo vederli felici, soddisfatti della loro vita.

Perché a volte siamo più coraggiosi per gli altri che per noi ma quel coraggio vale. Ci dimostra che se abbiamo qualcosa di importante siamo disposti a lottare. Ci sono cose che per noi non faremmo mai ma le facciamo per gli altri. Perché gli altri, a volte, tirano fuori la parte migliore di noi.

Ma il coraggio è sempre una lotta?

Nella vita bisogna sempre lottare? Il coraggio è sempre una lotta tra forze avverse? Il coraggio è un punto di svolta. Il punto in cui una continuità si rompe e si introduce una novità. Richiede intenzionalità. A volte è l’intenzionalità della direzione che scegliamo. A volte è l’intenzione di stare nella sfida che la vita ci pone davanti. Non abbiamo alternative, per cui potremmo pensare che non sia un vero e proprio atto di coraggio, eppure affrontare la nostra quotidianità a volte lo è.

Non sempre il coraggio è un atto eroico come quello del Sindaco di un piccolo comune italiano che per salvare le persone rimaste intrappolate nell’incendio del palazzo comunale ha perso la vita. Ci sono eroismi che suscitano ammirazione come ci ricorda il film Schindler list, altri che suscitano conflitto. Ogni volta che un atto coraggioso viene vissuto come una minaccia alla sicurezza di qualcuno ne siamo turbati. Perché vorremmo un coraggio che non va oltre il limite della sicurezza. È possibile? Forse no.

È vero però che il coraggio c’è sempre nella nostra vita quotidiana. A volte è il coraggio difficile di accettare la situazione che viviamo. A volte è il coraggio di cambiare la situazione che viviamo. È la paura che non ci perdoniamo. Raramente ci rimproveriamo per il nostro coraggio perché sappiamo che dietro alla nostra paura di vivere sta tutto quello che vorremmo cambiare.

Il nevrotico ha paura di aprire il proprio cuore all’amore, paura di scoprirsi o di farsi valere, paura di essere pienamente se stesso. Possiamo spiegare queste paure da un punto di vista psicologico: aprendo il proprio cuore all’amore, si diventa vulnerabili alle ferite; scoprendosi, ci si espone al rifiuto; facendosi valere, si rischia di essere distrutti. Ma questo problema ha un’altra dimensione. Per un individuo, avere una vita più intensa o più sensazioni di quanto non sia abituato è fonte di paura, perché ciò minaccia di schiacciare il suo Io, di oltrepassare i suoi limiti e di indebolire la sua identità. Alexander Lowen

Trasformare gli altri in nemici

Rabbia e paura sono due reazioni avversative spesso molto vicine al tema del coraggio. Ne parlano Sharon Salzberg e Robert Thurman in un bel libro  – Love your enemies – in cui raccontano come trasformiamo quello che ci fa paura in un nemico. È la nostra tendenza a creare una dicotomia, a separare le cose in opposti: fa parte di un meccanismo evolutivo che è stato fondamentale per la nostra sopravvivenza e per la velocità delle nostre risposte difensive. Cerchiamo così di mettere ordine alla confusione della vita, alla sua imprevedibilità. Spesso diventa una generalizzazione in base a caratteristiche di genere, razza, religione, cultura o nazionalità che disegnano, di converso, il gruppo a cui apparteniamo come la normalità e la norma a cui fare riferimento. La familiarità abbatte questo ciclo di costruzione del nemico. In molte ricerche di sociologia è stato mostrato come il miglior modo per ridurre comportamenti aggressivi legati a pregiudizi sia permettere una conoscenza diretta non delle categorie ma delle persone che fanno parte di quelle categorie. Si chiama “effetto dell’estensione del contatto” e, guarda caso, il contatto è anche uno dei modi migliori per ridurre la paura.

I monaci tibetani prigionieri del governo cinese, spesso in condizioni di vita davvero molto difficili, hanno attribuito la loro sopravvivenza al fatto di non essere stati catturati dalla rabbia contro i loro aguzzini. Se possiamo imparare a non essere arrabbiati con loro – hanno dichiarato – possiamo essere armati della migliore protezione possibile: la tolleranza.

Edith Eger, la ballerina di Auschwitz, recentemente intervistata da Oprah Winfrey, alla domanda su cosa l’aveva aiutata a sopravvivere in quella condizione così estrema ha risposto “la curiosità”. (Puoi trovare la sua storia raccontata in questo libro “La scelta di Edith”)

Questo processo può avvenire sia verso i nemici esterni che verso il nemico interno, ossia la nostra tendenza a trasformare parti di noi in nemici interni.

Per trattare con le parti interne che consideriamo nemiche è importante coltivare e praticare la pazienza: nessun atto aggressivo può ridurre il nostro nemico interno.

Eravamo convinti che saremmo stati diversi

Quando abbiamo finito il liceo abbiamo preso strade diverse; ci siamo persi e ritrovati più volte nel corso degli anni. Quando ci siamo salutati avevamo una convinzione forte: la nostra vita sarebbe stata diversa da quella dei nostri genitori. Sarebbe stata più coraggiosa, più libera, più felice. In parte è stato vero anche se forse, oggi, i nostri figli pensano esattamente la stessa cosa: “non voglio vivere la vita dei miei genitori. Voglio una vita più felice”. È così che le generazioni cambiano il mondo. Lo cambiano con il coraggio grande della gioventù e con il coraggio ordinario della vita quotidiana.

Quando l’atto più grande e coraggioso che puoi fare è quello di prenderti cura delle persone che ami.

Quando l’atto più grande e coraggioso che puoi fare è smettere di prenderti cura degli altri per iniziare a prenderti cura di te.

Quando l’atto più grande e coraggioso che puoi fare è cambiare diventando te stesso.

Oppure scegliere come scendere verso l’autunno.

Non c’è coraggio senza vulnerabilità

La cosa complicata del coraggio è che sorge sempre nel momento in cui ci sentiamo vulnerabili. Nel momento in cui ci sentiamo più vulnerabili. È la vulnerabilità che si è aperta che ci chiede coraggio. Siamo esposti, al giudizio proprio o altrui, siamo di fronte ad un punto di svolta. Sappiamo che vulnerabilità non è debolezza però sappiamo anche che potremmo venir feriti. Così quello che mettiamo in scena ogni volta è la lotta per realizzare quello in cui crediamo mentre la voce del passato, quella dei nostri dolori, ci invita a rimanere al sicuro. Alla fine il momento in cui nasce il nostro coraggio è quello in cui accettiamo di sentire quello che c’è. Se non accettiamo di essere presenti, se ci distraiamo continuamente dalla nostra vita, non potremo avere mail il coraggio necessario per scegliere. Anche scegliere di rimanere esattamente dove siamo richiede coraggio.

Vogliamo essere più vivi e sentire di più, ma ne abbiamo paura. La nostra paura della vita si rivela nel nostro continuo affaccendarci per non sentire.  Alexander Lowen

La mia amica, nel frattempo, ha iniziato una nuova terapia: è stata coraggiosa.

© Nicoletta Cinotti 2019 Vulnerabili guerrieri

Photo by Andrii Podilnyk on Unsplash

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