Curiosità: la trovo incisa negli occhi di chi partecipa ai miei workshop, non appena iniziamo a lavorare insieme, un guizzo di paura, una spolverata di voglia di buttarsi e
tantissima smania di scoprire qualcosa di nuovo di sé stessi.
Ci vuole coraggio a ripescare pezzi della propria memoria e trasformarli in una storia ma questo percorso può diventare una riflessione, una presa di distanza (anche ironica) dal nostro passato o un ponte che ci lega a chi eravamo e ci fa fare pace con le parole che usiamo per definirci e che – non sempre ne siamo consapevoli – determinano il modo in cui stiamo nel mondo, nel lavoro, nelle relazioni.

Anche come lettori siamo affascinati dalle storie autobiografiche, perché raccontano l’altro ma raccontano anche noi e creano un legame tra storia personale e collettiva. Alcuni intuiscono quanto i racconti autobiografici siano potenti anche quando si parla di lavoro, per promuovere prodotti e raccontare aziende ma di fronte al foglio bianco si sentono a disagio e non sanno come gestire un buon equilibrio tra personale e professionale. Qualcuno vorrebbe rimettersi a scrivere per fare uscire emozioni e sentimenti, tracciare una mappa della memoria utile a vivere meglio ma non ha idea di come cominciare e si chiede se ha una storia che vale la pena di essere raccontata.

Ogni storia autobiografica può essere raccontata, a patto che sia generativa anche per gli altri e trasmetta un messaggio.

In che modo la mia storia personale è anche quella di altri?
Come la mia esperienza lavorativa ha contribuito a rendermi la professionista di oggi?Cos’ho imparato che desidero condividere? In quali valori della mia Organizzazione mi identifico e quali sono valori di cui sono io stessa ambasciatrice?

Abbiamo bisogno di storie autobiografiche per riconoscerci negli altri, per comunicare, sentirci parte di una collettività, condividere competenze e tramandare quello che impariamo dalla vita, sul lavoro, negli affetti, nel quadro più generale della storia umana.
Abbiamo bisogno di storie perché siamo gli unici animali narranti, quelli che disegnavano pittogrammi sui muri delle loro caverne e che poi – quando hanno scoperto la parola – hanno iniziato a raccogliersi davanti a un fuoco per ascoltare e lasciarsi trasportare in vite alternative alla propria.
La lingua e la parola sono il mezzo con cui entriamo in connessione e il riconoscimento dell’altro, del diverso, passa attraverso la consapevolezza che ogni vita
non è solo un percorso unico e speciale ma può essere anche un archetipo – se ben narrata – e riguardare molte persone.

Parole e immagini

Quando ricordiamo un evento, partiamo da un’immagine che ci evoca un sentimento e ci permette di riordinare la nostra vita da quel momento in poi: elaboriamo un pensiero autobiografico tutto nostro. Come trasformiamo il pensiero autobiografico in qualcosa che può essere comunicato? Lo facciamo grazie al filtro della parola: nel momento in cui raccontiamo oralmente o decidiamo di scrivere, compiamo una scelta lessicale, di costruzione narrativa, di assunzione del punto di vista che trasforma quella memoria, la manipola e la fa uscire da noi. Il confine tra ciò che è accaduto e il nostro modo di raccontarlo si fa impreciso – come è giusto che sia – e a seconda del nostro umore, del senso profondo che ha per noi quell’evento e del vocabolario sentimentale di cui disponiamo (l’insieme delle parole che per noi significano emozioni), ci mettiamo a raccontare.
Un anno della nostra vita può essere riletto in molti modi e raccontato in altrettanti. Non è l’evento in sé a contenere la potenzialità di un racconto ma il modo in cui decidiamo di
raccontarlo.Quando scegliamo cosa trasformare in “oggetto narrativo”, trasformiamo il nostro ricordo in una storia che esce da noi e contiene tutti gli ingredienti per coinvolgere e emozionare: la nostra memoria, grazie alla scrittura autobiografica diventa così collettiva, può farsi fiction e mischiare ciò che pensiamo sia vero a fatti volutamente inventati e l’io che si narra diventa un io protagonista, un io cristallizzato nel punto di vista della storia.

Scrivere di sé è terapeutico, formativo e l’assoluto contrario dell’essere narcisi, quando è fatto con cura: scriviamo per imparare da noi e per condividere quello che abbiamo imparato, per trasformare gli errori in esperienze o per modificare il passato e fare pace con i luoghi oscuri della memoria.
Scrivere è esercitare bellezza e esercitare bellezza è una grande responsabilità: una scrittura sciatta e disordinata ci mostra sciatti e disordinati agli altri e ci allena alla sciatteria e al disordine con noi stessi. Una scrittura responsabile, parole accurate,immagini che accendono mondi e fanno stare bene le persone è un atto sociale generativo e anche un gioco che ogni tanto vale la pena giocare. Per mettere virgole, parentesi, incisi, ma soprattutto punti interrogativi: perché è il dubbio che nutre la nostra curiosità, quel meraviglioso guizzo che ci fa camminare.
© Francesca Sanzo

Francesca Sanzo è nata e vive a Bologna. Digital & Writing Coach, tiene corsi di scrittura autobiografica e comunicazione digitale. Blogger dal 2005 con panzallaria.com, crede nel potere terapeutico e generativo della parola e nel 2013 ha intrapreso un percorso di muta che l’ha portata a uscire dall’obesità e che ha raccontato in 102 chili sull’anima (Giraldi Editore, 2015). Ama definire i suoi corsi di scrittura autobiografica per aspiranti NON scrittori. .I suoi libri: Tu sei la tua storia. Scrivi un racconto, narrati online e comunica con la scrittura autobiografica, (Giraldi editore, 2018), A due passi dalla meta (Giraldi Editore,2016), 102 chili sull’anima (Giraldi Editore, 2015), Narrarsi online, come fare personal storytelling, (Area51,2104)www.francescasanzo.net.Il suo speech della mattina e il suo laboratorio del pomeriggio sarà su “La scrittura autobiografica”

La bellezza delle parole: il viaggio interiore, il percorso professionale

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