Non so se hai mai passato del tempo con un bambino che impara a parlare. Dice una parola, ti guarda per cercare la tua attenzione, aggiunge un gesto e controlla che il tuo sguardo sia con lui e con l’oggetto che ha nominato. Una parola diventa sintetica espressione di verbo e sostantivo. Una sola parola racconta una storia. Solo dopo arriva la formazione delle frasi e la ricchezza della loro sintassi.

Mio padre sta perdendo le funzioni cognitive. Una perdita che avviene di pari passo con la perdita del linguaggio, tanto sono importanti le parole nella nostra vita mentale. Sabato era sdraiato sul divano a guardare un programma televisivo in cui si devono identificare delle parole da pochi indizi. Non so come si chiami il programma ma ero nella stessa stanza affaccendata in altre cose (tra cui cercare di evitare di ascoltare la televisione) quando lo sento rispondere – correttamente – alle domande. Lui che non parla quasi più sapeva parole che i concorrenti non conoscevano. Mi sono seduta accanto, stupita del miracolo delle parole. Mi sono sentita come Oliver Sacks in Risvegli, quando ha scoperto che i pazienti che avevano un tipo particolare di paralisi, erano in grado di afferrare una palla al volo. Lui, attento, che giocava, e riconosceva le parole, veloce e intuitivo. Se gli fai una domanda qualsiasi, anche la più banale, ti guarda e risponde a mala pena “Non so cosa dire” con gli occhi calmi e tristi insieme. Eppure quelle parole sa ancora dirle. Nel suo percorso all’indietro verso l’assenza di parole si è rotta la sintassi ma non il vocabolario.

Nel mio lavoro, in scrivere la mente, faccio proprio questo: cerco il vocabolario primitivo, il nostro modo di entrare in relazione con l’esperienza. Quello che puoi scrivere anche se non sei scrittore. Che non è ancora una storia ma delle parole chiave che hanno la stessa valenza delle pietre d’angolo nella costruzione di una casa: sono la sintassi sintetica delle nostre storie. Certo, raccontare la propria storia è più immediato, ma si perdono le basi, quelle che ci hanno fatto diventare chi siamo. Se come rispondiamo alla vita ci fa stare male, riconoscere da dove parte il nostro star male è tanto, tanto, importante. Perché ci restituisce un dono prezioso: la possibilità di scegliere le parole e, scegliendo le parole, di seguire un’altra strada. Scegliere le parole significa dare alla nostra mente delle alternative, delle sfumature. Non un colore saturo ma un colore cangiante.

Faccio una piccola ma significativa aggiunta: la quantità di tempo conversazionale diminuisce in relazione all’età. Dopo i 75 anni c’è una brusca caduta: perdiamo la conversazione perché contraiamo il nostro modo di stare in relazione. Difficile dire se questa perdita di comunicazione è effetto o causa dell’invecchiamento. Certamente correlano. Avere un vocabolario ricco, variegato e mobile, vivace, pieno di sinonimi e contrari tiene in esercizio non solo la mente ma soprattutto il cuore perché la conversazione è attenzione condivisa sullo stesso oggetto, proprio come quando siamo bambini. Avere un vocabolario ricco e metterlo in relazione allunga la vita delle nostre funzioni cognitive.

Da qualche tempo è iniziato “Parole da salvare” un elenco di parole ormai desuete, con l’invito di usarle e toglierle dal dimenticatoio. Nel farlo non salviamo le parole: salviamo noi dalla stereotipia che si costruisce anche attraverso la ristrettezza del vocabolario. Così mi sono accorta che anch’io – che, da buona toscana, conosco il 90% di quelle parole – tendo a rimanere ferma sulle stesse, come se fossi un pittore con una tavolozza limitata. Ho deciso di curare il mio vocabolario, di cercare ogni giorno delle alternative a quelle abituali: le parole mi piacciono più di ogni altra cosa al mondo perché hanno un sapore di infanzia. Mi piacciono perché sono macchine volanti che, in un attimo, ti portano in tutto il mondo.

Così il mio babbo mi ha fatto un inaspettato regalo: mi ha dimostrato che inizio e fine si toccano. Che si rompe la sintassi ma le parole rimangono, come salvagenti, nella nostra mente. Anch’io la pensavo così. Adesso lo so. Giocheremo più spesso a Scarabeo!

Niente è così fugace
quanto l’incontro.
Giochiamo come bambini
ci invitiamo e ce ne andiamo
come se avessimo per sempre tempo. Hilde Domin da Con l’avallo delle nuvole

Pratica del giorno: Oggi usa tre parole che di solito non usi. Possono essere sinonimi di quelle abituali. Cercale dentro o fuori di te. Cercale nel cuore prima che nella mente e, a partire da quelle parole, scegli la direzione della storia di quel momento. Io ho regalato al mio babbo la parola “zuzzerellone“, a mia sorella “nemesi“, a mia madre “ondivaga” a mio fratello “bighellone“, a mio marito “laico“.

© Nicoletta Cinotti 2019 La bellezza delle parole: il viaggio interiore, il percorso professionale, Milano 30 Novembre, 1 Dicembre

Iscriviti alla nostra newsletter ed unisciti alla nostra comunità.

Riceverai per 7 giorni un post quotidiano di pratica.

Poi potrai scegliere se iscriverti alla rivista Con Grazia e Grinta che esce ogni Domenica oppure alla Newsletter quotidiana con spunti di pratica e link a file audio di meditazione

I tuoi dati personali saranno tutelati  nel rispetto della privacy del GDPR e non saranno diffusi ad altri.

leggi come usiamo i tuoi dati (informativa sulla privacy)

 

Vuoi ricevere

Iscrizione Completata con Successo!