È facile vedere come ci attacchiamo a ciò che è piacevole, ma è essenziale comprendere che ci attacchiamo anche a pensieri ed emozioni dolorose.

In tutto il mondo –dai Balcani al Medio Oriente all’Africa –ci sono popoli che mantengono e nutrono intensi odi reciproci. Quando un individuo trattiene in sé l’immagine dell’altro odiato –arabo, americano, straniero –, la mente si attacca a quest’immagine nonostante l’intensa sofferenza causata dall’odio. E per venire più vicini a casa, l’irritazione con un vicino, con un collega, con un parente instaura attaccamento nella mente, e noi ci aggrappiamo alle nostre piccole e grandi ferite. L’attaccamento, che sia all’odio o al desiderio, genera tensione che diventa la base dell’insoddisfazione e del dolore.

Dall’attaccamento nascono azioni tese a porre termine alla sofferenza e a portare gratificazione. E allora condanniamo, danneggiamo o addirittura uccidiamo l’altro odiato. Che sia il prodotto del karma, del DNA o di un consolidato pattern neurale, un simile attaccamento ha radici in una storia incredibilmente sfaccettata.

Dal momento che corpo e mente sono un tutt’uno non separato, questo doloroso e instabile stato di attaccamento si manifesta sia nel corpo sia nella mente. Incontrare un’altra persona è una forma di contatto particolarmente potente, che può produrre sensazioni intense, sottili e complesse. Da queste impressioni sorge l’urgenza di afferrare, nasce quella vischiosità di cuore e mente che permea di ansietà lo stare insieme e rende dolorosa la separazione.

La prossima volta che avvertite sofferenza in una relazione, provate a vedere se vi riesce di riconoscere l’attaccamento. Vi state aggrappando a un’immagine, a un desiderio di controllo, a una speranza o a una paura? E notarlo produce cambiamenti nell’attaccamento o nel dolore?

Gregory Kramer Mindfulness Relazionale

Photo by Ethan Weil on Unsplash

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