Forse parlando di compassione e di self-compassion facciamo fatica a comprendere come può un’emozione – quella della compassione – diventare uno stato mentale. Con la pratica di mindfulness questa emozione evolutiva, quella che ha fatto sì che ci prendessimo cura dei membri meno fortunati della comunità in tutti i secoli della nostra evoluzione – diventa uno stato mentale, ossia una condizione più stabile e di sottofondo che ci permette di rispondere con gentilezza alle difficoltà che incontriamo.

È naturale attivare il sistema della difesa quando proviamo dolore ma le nostre difese molto spesso sono una risposta a posteriori che riduce l’accesso alle risorse proprio quando ne avremmo più bisogno. Le difese invece di aumentare l’apertura, per rispondere in modo nuovo e diverso alla sfida che ci troviamo ad affrontare, ci chiudono. Avere una risposta compassionevole nei nostri confronti e nei confronti degli altri permette un passaggio fondamentale. Ci aiuta ad agire la prima azione necessaria – la cura – per scegliere poi le successive azioni necessarie. La compassione infatti è un’emozione attiva, che spinge al cambiamento e all’azione. Non è compatirsi e ristagnare ma scegliere di rispondere saggiamente alle diverse necessità che possono sorgere nel corso del tempo. La pratica di mindfulness va un passo oltre e trasforma questa emozione di cura in uno stato mentale che inverte la nostra tendenza alla reattività. Uno stato mentale che la pratica rafforza in modo spontaneo e dal quale può sorgere un’intenzione compassionevole che lasci alle spalle il pregiudizio della sopravvivenza del più adatto.

Siamo stati convinti che l’evoluzione della specie sia legata alla sopravvivenza del più adatto ma non abbiamo mai guardato nel dettaglio cosa vuol dire essere più adatto. Essere più adatto alle condizioni che viviamo non significa essere il più prepotente ma essere più in grado di avere delle risorse e le risorse relazionali non si guadagnano con la prepotenza ma con la gentilezza. Forse dovremmo incominciare a pensare che la sopravvivenza del più adatto non significa homo homini lupus (l’uomo è lupo per gli uomini) ma significa saper dare cura e saggia risposta ai nostri bisogni e a quelli altrui. Nessuno si salva da solo: non ci siamo evoluti da soli ma con l’aiuto di tutti. Oggi più che mai è la gentilezza che salverà il mondo.

Oggi, appena si comincia a crescere, gran parte di noi crede intimamente che la gentilezza sia la virtù dei perdenti. Ma accettare di ragionare in termini di vincenti e perdenti è già un modo per stare dentro lo schema del rifiuto fobico, del terrore contemporaneo per la generosità. Infatti, una delle cose che i nemici della generosità non si chiedono mai – e che la rendono un nemico nascosto in ognuno di noi – è perché mai proviamo una cosa del genere.

Perché mai siamo spinti, in qualche modo, a essere gentili verso gli altri, per non dire verso noi stessi? Perché la generosità conta per noi? Forse, una delle cose che la contraddistinguono, diversamente da quel che accade a un ideale astratto come la giustizia, è che, rispetto alla gran parte delle situazioni quotidiane, sappiamo esattamente cosa sia; tuttavia, proprio il fatto di sapere cosa sia un gesto gentile ci rende più agevole il rifiuto di compierlo. Adam Phillips, Elogio della gentilezza

Pratica del giorno: Meditazione sul cambiamento e su la gentilezza amorevole

© Nicoletta Cinotti 2021 Mindfulness ed emozioni


È bello fare parte di una famiglia, di una comunità di pratica. È bello condividere la conoscenza e le informazioni che nutrono la nostra comunità di pratica. Così oggi ti presento l’amica e collega Paola Mamone. Con lei stiamo preparando il Convegno internazionale sulla Mindfulness e la Self compassion

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