Quando siamo in un conflitto – interno o esterno – può sembrare che ci sia molto movimento e molta attività. In realtà confondiamo l’attività con l’energia che il conflitto ci costringe ad investire. Investire molta energia non significa che ci sia molto movimento. Anzi, molto spesso ci sono tante battaglie ma le vincite producono cambiamenti minimi.

Nel conflitto esterno possiamo vincere solo se l’altro cede, e non sappiamo mai quanto questa sia una vera vittoria. Per vincere la quantità di energia che investiamo deve essere superiore a quella del nostro interlocutore. Non è fondamentale avere ragione: è fondamentale essere più forti ma nel presente non sapremo se abbiamo indebolito il legame con quella persona o attivato meccanismi di risentimento o rancore. Lo vedremo solo a posteriori.

Nel conflitto interno cedere significa far vincere una parte di noi sull’altra, cosa molto spesso impossibile. Impossibile perché significherebbe negare la paternità ad una parte di noi. Ed è un prezzo troppo alto.

In entrambi i casi ci limitiamo così ad una guerra di posizione tra trattenere e lasciar andare. Una guerra che ha un unico risultato: la stasi.

Per lasciare che il cambiamento avvenga, senza ostacolarlo e senza negarlo abbiamo bisogno di abbandonare il conflitto. Questo diventa, allora, l’unico movimento possibile.

Vogliamo amare, ma abbiamo paura di renderci vulnerabili. Vogliamo aprirci, ma abbiamo paura del rifiuto. Vogliamo sentimenti profondi, ma abbiamo paura di farci schiacciare dalle emozioni.
Condizionati a cercare il successo in termini sociali invece che umani, ci diamo a un’attività frenetica. Da questo conflitto nasce una tremenda disperazione, perché il dolore è costantemente presente sotto la superficie della nostra vita convulsa. Alexander Lowen

Pratica di mindfulness: Il panorama della mente

la stasi del conflitto

© Nicoletta Cinotti 2015

Foto di ©claudius 1954

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