Abito al mare e quindi vedo la foce, nei diversi paesi della costa: il punto in cui acqua dolce e salata si incontrano. Da qualche anno alla foce ci sono famiglie di anatroccoli. Non so come sono arrivati fin lì. Se ne stanno nell’acqua e nuotano. Molto spesso in gruppo; qualche ardimentoso si allontana da solo.

Il loro modo di nuotare mi colpisce sempre: apparentemente galleggiano senza sforzo. Li vedi belli appoggiati sull’acqua, che si girano e rigirano tutti fieri con quel panciotto che sembra fare da stabilizzatore. Sembrano completamente a loro agio e divertiti della loro comoda navigazione: una navigazione senza sforzo apparente.

Intanto, sotto il pelo dell’acqua, pedalano come matti con le loro zampe pinnate per apparire assolutamente senza sforzo sopra il pelo dell’acqua. Questo apparente paradosso mi colpisce, sempre. Anche noi siamo come quegli anatroccoli, soprattutto sui social. Mostriamo le nostre immagini sorridenti, apparentemente senza sforzo, mentre galleggiamo sulla nostra vita. Sotto siamo lì a pedalare come matti con le nostre zampe pinnate ma, in superficie, tutto scorre in una comoda e apparente felicità.

Non dico che si debba esibire la fatica ma il fatto di non vederla mai porta delle distorsioni percettive. La prima distorsione percettiva è quella che sia possibile che gli altri siano più felici di noi. Finiamo addirittura per pensare che tutti sono felici tranne noi. Oppure che gli altri non facciano la stessa fatica che facciamo noi. Lo crediamo per via delle zampe pinnate che rimangono sotto il pelo dell’acqua. Facciamo tutti la stessa fatica ma, siccome non la vediamo, pensiamo che gli altri non la facciano. Anche qui non ci sarebbe niente di male se non fosse che questo crea invidia invece che gioia compartecipe per la felicità degli altri.

Infine, e questo forse è l’ultimo danno, finiamo per vergognarci della fatica che facciamo. Come se faticare fosse da sfigati, come se non richiedesse cura e compassione ma fosse una cosa di cui vergognarci. Come se valesse la pena amarci solo quando siamo forti, grandi, potenti e dovessimo quindi nascondere e correggere le nostre fragilità e le nostre vulnerabilità. Dimentichiamo che la crescita avviene proprio nei punti vulnerabili. La scusa che ci diamo per non provare compassione verso noi stessi è che questa può condurre all’auto indulgenza. Siamo convinti che l’autocritica ci protegga da questo rischio e, invece, sottraendo compassione a noi sottraiamo compassione anche agli altri. Creiamo un mondo di anatroccoli che nascondono la fatica sotto il pelo dell’acqua.

Come sarebbe se, improvvisamente, i social fossero invasi dalle foto delle nostre zampe palmate e da tutta la fatica che facciamo per tenerci a galla? Credo che proveremmo più solidarietà e, forse, impareremmo a ridere dell’idea che tutti siano felici tranne noi. Vedere la vita dalla prospettiva delle pinne non sarebbe male. Potremmo addirittura spingerci più in là e passare dalla solidarietà alla cura, dalla cura alla guarigione. Un po’ come accade quando c’è una catastrofe naturale: quella mostra le pinne di tutti e tutti mostriamo la parte migliore di noi nelle situazioni di emergenza: un cuore pieno di compassione e condivisione. Una condivisione da cui nasce gioia compartecipe anche nei momenti più tragici. Così, per Natale, ma soprattutto dopo, ti auguro di vedere le zampe palmate delle persone che ami, dei tuoi vicini e di tutta l’umanità. Vedrai che così sarà una fioritura di connessione e relazione. Sarà il punto in cui acqua dolce e salata si incontrano.

Accetta tutto di te, proprio tutto. Tu sei tu e questo è l’inizio e la fine senza scuse e senza rimpianti. Clark Moustakas

Pratica di mindfulness: La meditazione del lago

© Nicoletta Cinotti 2018 Scrivere la mente

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