Era un pomeriggio tranquillo di studio, la solita agenda e una luce autunnale che filtrava insieme al profumo della tazza di tisana sul tavolino accanto alla poltrona. Combattevo il freddo dell’immobilità mentre aspettavo la prossima paziente. Una donna di circa quarantacinque anni, sempre occupata in mille attività, sempre spaventata dall’idea di non fare abbastanza. In quell’autunno, in modo abbastanza insolito, stavamo combattendo tutte e due contro una sua ricaduta depressiva importante. Dopo anni in cui stava bene e nel momento in cui stavamo veleggiando verso la conclusione, quella ricaduta era stata come un brusco risveglio: non avevamo finito affatto. Anzi, sembrava di essere tornate al punto di partenza in un gioco dell’oca in cui, per qualche misteriosa ragione, eravamo state rispedite all’inizio.

Elsa era arrivata trafelata e si era spogliata velocemente come se non potesse perdere altro tempo. Poi si era accasciata sulla poltrona. Sembrava assorbita da qualcosa. È stato allora che le ho fatto una domanda che poteva sembrare assurda visto che la stanza era in silenzio. Un silenzio un po’ spettrale. “Cosa ascolti?”. Poteva essere assolutamente fuori luogo ma aveva proprio l’espressione di chi ascolta qualcosa o qualcuno. “Da quando sto male ogni tanto sento una voce dentro di me che mi dice che sono indegna”.

Credo che l’idea di scrivere la mente sia nata proprio in quel momento, toccando con mano come quel pensiero intrusivo stava scrivendo la sua vita. Non era affatto indegna ma la forza di quella voce interiore non le permetteva di rendersene conto. Credeva ai suoi pensieri, credeva alla sua voce e la sua ricaduta stava tutta in quella breve frase. “Sei indegna”, parole dure, pesanti, che le rimanevano dentro. Le rigirava in bocca senza riuscire a tirarle fuori. “Sono come quei noccioli che tieni in bocca anche dopo che hai mangiato l’oliva, senza capire bene perché”, mi diceva Elsa chiedendo a me la spiegazione. “C’è una spiegazione? Posso capire perché penso di essere indegna? Chi mi dice che sono indegna? ” Elsa mi faceva queste domande guardandomi dritta negli occhi: una lunga intimità non mette distanze. Non accetta divagazioni. Sapevo che non potevo rassicurarla. Troppo intelligente per essere rassicurata. Troppo stanca per essere lasciata da sola con quella frase.

“Le emozioni sono come il cibo, Elsa”, le risposi. “Vanno digerite, non giustificate. Non sono sempre comprensibili. A volte, proprio come i noccioli di un frutto, rimangono lì, dure e immodificabili dentro la nostra bocca. Quello che ci nutre è già stato ingoiato. Dobbiamo decidere cosa fare con quello che non ci nutre. È una forma di rinuncia: rinunciare a nutrircene”. Quella rinuncia però è una scelta di intimità. Rinunciando a capirle possiamo scegliere di rimanere intimi con noi stessi. “Non è obbligatorio capire per rimanere intimi, per accettare. Se ascolti lentamente, quel dolore si trasforma”. “È vero, mi rispose Elsa dopo un lunghissimo silenzio. “Diventa compassione”.

© Nicoletta Cinotti 2019 Scrivere la mente ovvero come non lasciare che la mente scriva a caso la tua vita  per la Rubrica Addomesticare pensieri selvatici

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