Sto facendo una scorpacciata di romanzi. Non romanzi a caso ma romanzi che raccontino una storia familiare di qualche tipo. Bella (pochi), brutta (la maggioranza), con qualche rottura o colpo di scena. insomma sto leggendo per capire che cos’è che disegna una storia familiare e che cosa spezza una famiglia. Come mai ci sono famiglie che si spezzano senza ragioni apparenti e altre che sottoposte ad una serie di drammi rimangono unite?
E, soprattutto, cosa costruisce la trama e l’ordito delle storie familiari? Perché quando le persone raccontano il “romanzo della loro vita” raramente omettono di partire dall’inizio, ossia dalla storia familiare?

Forse possono sembrare domande oziose, e, in effetti, arrivano nell’ozio estivo, quando non sono sommersa dalle storie raccontate ma ho tempo per rileggerle. Rileggere gli appunti e mettere insieme le parti, molto spesso frammentate, delle storie familiari.

Storie tra fratelli

In questo caso valgono i due estremi: estremo solidarietà oppure estremo incomunicabilità, fino ad arrivare alla rottura. È il legame di parentela più esposto alla competizione e al sottostante sentimento di invidia e gelosia. Sentimenti che possono espandersi anche nei confronti dei cognati o dei partner stabili. Fino a che questa competizione rimane in limiti giocosi può essere uno stimolo ma raramente le persone riescono ad essere così padrone della propria storia familiare da non avere qualche speciale ragione di riscossa. Sì, proprio di riscossa perché c’è sempre qualche antenato a cui non si vuole assomigliare, qualcun altro a cui ci si sente di assomigliare e qualcuno che viene attribuito dalla famiglia. La storia familiare ha una trama complicata e una delle complicazioni è proprio l’assegnazione delle parti. Non a caso le costellazioni familiari rivestono tanto interesse: promettono di svelare il ruolo nascosto che la famiglia ci ha attribuito.Dicono meno su il ruolo che noi ci siamo scelti consapevolmente e sul perché abbiamo aderito a quella parte.

Non tutte le felicità sono uguali

L’incipit di un capolavoro dice che tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece infelice a modo suo. Forse non è più vero. Ci sono felicità familiari che vengono portate avanti grazie ad una generosità a senso unico da parte di uno o più membri della famiglia. Quelle non sono famiglie veramente felici. Sono famiglie calme dove il conflitto è tenuto a bada dal non far provare mai la frustrazione e l’insoddisfazione. Sono famiglie in cui i figli rimangono sempre figli a cui si deve prestare attenzione. Non diventano mai grandi davvero perché nessuno gli ha insegnato che al ricevere si accompagna il dare e che le due cose fanno parte di due sistemi emotivi che a volte sono separati.

Anche il dare non è così semplice perché se dai sulla base del tuo bisogno non dai veramente perché non hai dentro di te un’immagine dell’altro. Non sai l’altro di che cosa avrebbe davvero bisogno. Sai di che cosa tu hai bisogno o che cosa tu immagini che sia il bisogno dell’altro ma alla fine si crea una doppia solitudine e una doppia ingratitudine. È quello che succede a chi cerca di dare ai propri figli l’infanzia felice che non ha avuto. Purtroppo non funziona.

Le storie non coincidono

Le storie che raccontano i genitori e la storia che raccontano i figli non coincidono quasi mai. Anche nelle famiglie felici. Però c’è un filo – di emozioni prima che di fatti – che qualcosa racconta. È il filo dello spazio che, nella storia familiare, hanno emozioni come la vergogna, il biasimo, il trionfo, l’invidia, la gelosia, l’orgoglio o l’imbarazzo. Quella che normalmente consideriamo autostima è spesso il risultato statistico di quanto tempo ci sentiamo orgogliosi di noi e quanto tempo invece ci sentiamo imbarazzati. Spesso avere un’alta autostima signifca solo che siamo orgogliosi di noi la maggior parte del tempo e molto frequentemente questo gioco ha qualcosa a che vedere con i nostri genitori, con quanto ci hanno messo sul piedistallo e su quanto, invece, si sono impegnati per buttarci giù da qualsiasi piedistallo nel timore che potessimo cadere.

Passiamo un sacco di tempo alternando stati di vergogna a stati di orgoglio – con le varie sfumature che queste emozioni possono avere – e questo accade prima di tutto dentro e fuori dalla nostra famiglia. Perché la famiglia se non è fuori è comunque dentro di noi. Sono quelle che si chiamano self-conscious emotions e sono emozioni che regolano il comportamento sociale anche all’interno della famiglia oltre che nei contesti allargati. Impariamo in famiglia come comportarci rispetto a queste emozioni e raramente mettiamo in discussione lo stile emotivo familiare. Mettiamo in discussione i comportamenti ma finiamo per assomigliare all’impronta emotiva dei nostri genitori, sia per quello che riguarda le self-conscious emotions che per quello che riguarda le emozioni primarie (rabbia, paura, tristezza, gioia, disgusto). Non è un fatto di genetica ma è la forza dell’apprendimento implicito. Forse è per questo che avvengono le rotture familiari: nel tentativo di cambiare vita, nel tentativo di cambiare stile di regolazione emotiva, rompiamo con il passato, anche familiare.

E qui si apre un primo tema: la narrazione della famiglia è molto divergente tra genitori e figli perché, ad essere sinceri, facciamo fatica a vedere le cose con gli occhi degli altri. Continuiamo a guardarle con i nostri occhi e pretendiamo anche che la nostra sia l’unica verità. Quello che imbarazza un figlio spesso per un genitore è un atto protettivo. AL di là della soggettività provare colpa, imbarazzo, vergogna o orgoglio sono eventi interiori che comportano molti effetti sul nostro modo di stare al mondo e sul nostro modo di entrare in relazione con la famiglia interiore e la famiglia esteriore.

Famiglia interna e famiglia esterna

Regolare le relazioni con la famiglia esterna può non essere semplice ma è sempre possibile. Con la famiglia interiore le cose sono un po’ più complicate. La mia ipotesi è che le self-conscious emotions diventino la nostra famiglia interiore, quella che portiamo con noi anche quando abbiamo messo migliaia di chilometri di distanza dalla famiglia esterna. Così noi diventiamo autocritici, perfezionisti, pignoli o ossessivi, lavoratori compulsivi o accaniti salutisti e il fatto che lo facciamo in modo irragionevole è la migliore prova che stiamo cercando di tenere a bada la famiglia interiore più che provare ad essere felici. Allora che fare?

Me lo sono chiesta anch’io, per me stessa francamente e poi per le persone che cerco di curare. Al momento ho trovato due risposte che mi sembrano convincenti: consapevolezza e self-compassion. La consapevolezza da sola non basta e comunque quando si è davvero consapevoli, poiché non si fugge più dal dolore, iper-compensandolo, sorge un sentimento spontaneo di compassione. A quel punto l’atto intenzionale è includerci in quella compassione: un atto non scontato e proprio per questo deve essere intenzionale. Intenzionale e coltivato attraverso la pratica. Giuro che, al momento, non ho trovato niente di meglio. Lo cerco ancora, per me prima di tutto e poi per te e se lo trovo te lo dico senz’altro.

Il ladri del cuore

Le self conscious emotions sono ladri del cuore perché rubano i nostri sentimenti più semplici e naturali e ci spezzettano in due: il buono e il cattivo, il giusto e lo sbagliato, quello che fa le cose fatte bene e quello che le fa male, malissimo. Il sabotatore e l’impostore. Una battaglia continua che, a volte, abbastanza spesso, si accompagna ad un umore alternante tra quando ci sembra di essere vincenti e quando ci sentiamo perdenti. Così questa storia, che ho trovato nel libro di Emmanuel Carrére, “Yoga” (un libro che parla incidentalmente di Yoga ma piuttosto parla del disturbo bipolare, della maniacalità e della depressione) mi sembra che descriva bene la nostra lotta interiore: noi siamo il ladro e l’abate del convento. Siamo quelli che vogliono rubare il tesoro e quelli che scoprono che il tesoro ce l’hanno già dentro. E i monaci sono i nostri compagni di avventura!

C’è un ladro che ha sentito parlare del tesoro che i monaci custodiscono in una stanza nascosta del monastero. Sperando di fare man bassa di quel tesoro, entra nel monastero come uomo di fatica. Per dieci anni spazza il cortile, raccoglie l’immondizia, svolge le mansioni più umili, e intanto ficca il naso dappertutto, origlia le conversazioni dei monaci, cerca di capire dove possa mai essere la stanza del tesoro. Trascorsi dieci anni, lo zelo che ha messo al servizio della sua cupidigia è tale da indurre l’abate superiore a proporgli il noviziato. Resta novizio per altri dieci anni, continuando a ficcare il naso ovunque, a spiare, ad appostarsi, sempre più ossessionato dall’idea del tesoro. Passano altri dieci anni, prende gli ordini, recita le preghiere, giorno dopo giorno, sempre sperando di trovare il tesoro e tagliare la corda. Accade così che diventa un grande santo, ed è solo alla fine della sua vita, sul letto di morte, che capisce che era questo il tesoro: la vita nel monastero, le preghiere, la buona intesa con i confratelli, e che aveva potuto avere accesso a tutto ciò solo perché era un ladro. Quando mi rimprovero troppo per la mia cattiva indole, quando mi lamento troppo del mio egocentrismo, questa storiella mi è di grande conforto. Emmanuel Carrére

© Nicoletta Cinotti 2021 L’anno della Self-compassion: il programma di Mindful Self-compassion e il Convegno internazionale, “Mindfulness e Self-compassion tra psicoeducazione e clinica” con la Rivista Mindfulness e self-compassion (pdf scarica qui)

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