Sabato c’era una giornata di pratica silenziosa. Stare nel silenzio rende i sensi più chiari e percettivi. Sposta l’attenzione all’interno e, nello stesso tempo, permette di sentire l’esterno con più chiarezza.

Così, quando sono tornata a casa, quel semplice gesto dell’aprire la porta, salutare, entrare dentro mi ha colto in tutta la sua improvvisa tenerezza. Non è solo il tornare a casa. È che, ogni volta che torniamo a casa, ripetiamo il tornare all’origine. Come nella meditazione: ogni volta che riportiamo l’attenzione al respiro approfondiamo il sentiero che ci riporta a casa. Lo rendiamo più forte, più semplice. Più essenziale.

Il problema non è il vagare della mente: la nostra mente è ricettiva e vagare è una delle sue attività. È dimenticarsi di tornare a casa il vero problema. Vagare senza sosta e senza meta, allontanandosi tanto da entrare in una sorta di trance. La trance dei nostri pensieri, la trance del nostro umore.

Allora, proprio nell’attimo in cui diventiamo consapevoli del nostro vagare, è importante la gentilezza con cui torniamo a casa. Tornare a casa non può essere un rimprovero. È un atto di accoglienza. Perché la felicità sta nel tornare.

Quando smettiamo di correre torniamo disponibili alla nostra vita. Tara Brach

Pratica di mindfulness: Centering Meditation

© Nicoletta Cinotti 2017 Verso un’accettazione radicale Foto di ©Sisto Nikon – CLICKALPS PHOTOGRAPHER

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