C’è, nella pratica di mindfulness, un apparente paradosso. Malgrado la pratica sia un invito a rimanere nel momento presente con la “nuda attenzione” succede spesso che emergano brandelli del nostro passato, emersi non si sa da dove e perché. Appaiono, in una sorta di repertorio morale di noi stessi, aspetti che avevamo dimenticato. Tornano a chiedere riscatto.

Nella pratica di mindfulness questi sono i momenti in cui inizia un inquiring per esplorare quello che è emerso senza trasformarlo in un elemento di proliferazione mentale. Spesso è in questi momenti che la compassione viene in nostro soccorso perché, nell’emergere di questi ricordi, compare  la sensazione di qualcosa che non è ancora stato consolato. È un territorio di confine tra la meditazione e la psicoterapia perché ogni volta che prestiamo soccorso entriamo in una relazione di cura.

Ogni volta che, nella pratica di Self compassion, ci chiediamo “di che cosa ho bisogno ora” riconosciamo la possibilità di riparare oggi, proprio qui, proprio ora, delle mancanze che sono avvenute ieri.

Sati: ricordare

La traduzione della parola consapevolezza in lingua pali è Sati mentre satipatthana sono le quattro basi della consapevolezza. Tuttavia il pieno significato può essere rivelato dividendo la parola nelle sue parti: Sati + patthana o Sati + pa + (t)thana. La parola sati deriva da una radice che significa “ricordare” (samsarati), anche se il significato che le attribuiamo solitamente, è presenza mentale, non possiamo dimenticare che il sorgere di questi elementi nella nostra consapevolezza e l’apertura stessa della consapevolezza portano degli insight che hanno una natura di passato ri-attualizzato. È in questa area che l’integrazione tra la pratica di mindfulness e la psicoterapia si rivela più fruttuosa: nelle aree in cui la consapevolezza ci rivela aspetti velati di noi.

Patthana significa “ stabilirsi in modo rigoroso, stabile e fermo, applicarsi, fissarsi”. Combinando questi due elementi, il significato della parola composta diventa “ stabilizzazione rigorosa, stabile e ferma della consapevolezza sull’oggetto dell’osservazione”. Questo tipo di consapevolezza è anche chiamata Satipatthana Sati, ferma consapevolezza.

Satipatthana è la consapevolezza di un oggetto su cui ci precipitiamo appena sorge, penetriamo profondamente e ricopriamo completamente con la nostra attenzione, in modo che la mente possa restare con fermezza strettamente connessa con esso. Ven. Sayadaw U Pandita

Il pilota automatico e la Schema Therapy

Questo invito a penetrare profondamente in ciò che percepiamo ci permette di uscire dalle nostre modalità abituali, automatiche, di risposta agli eventi. Modalità abituali che, in alcuni casi, sono dei veri e propri schemi maladattativi di risposta.

Questi schemi si riferiscono ad un insieme integrato – pensiero, percezione corporea e comportamento – che riflette modalità apprese nel corso del nostro sviluppo. In questi schemi viene internalizzata la relazione percepita fra genitore (o adulto di riferimento) e bambino o adolescente. Quando uno schema maladattativo di risposta entra in azione perdiamo la consapevolezza degli elementi che lo compongono, che vengono espressi in maniera automatica e consequenziale. Proviamo a fare un esempio: facciamo l’ipotesi che, saltuariamente, abbiamo delle crisi di rabbia, per ragioni diverse. La ragione è diversa, l’espressione di quella rabbia però è sempre uguale. Prima ci tratteniamo, poi evitiamo di affrontare l’argomento e, infine, esplodiamo in una maniera che non è proporzionale all’effettiva intensità della causa scatenante. Ho preso ad esempio la rabbia ma potrebbe accadere con altre emozioni dominanti. Quando lo schema si è attivato non riusciamo a fermarlo facilmente. Molto spesso prosegue fino a fondo: fino alla catastrofe. Questi schemi ripetitivi sono modalità difensive apprese, non molto diverse dalle risposte caratteriali definite dalla bioenergetica.

Le relazioni affettive sono dei grandi interruttori

Le relazioni affettive e, in particolare, le relazioni genitore bambino,  sono in grado di rievocare questi schemi, specialmente in interazioni cariche emotivamente. In queste situazioni attivanti, i vecchi schemi maladattativi possono venir innescati aldilà della consapevolezza.  Ad esempio un genitore diventa eccessivamente severo o punitivo. Oppure, all’opposto, si comporta come se fosse un bambino anziché un adulto responsabile: un bambino vulnerabile o arrabbiato. In aggiunta a questi schemi infantili sviluppiamo anche una modalità salutare, adulta, che dà accesso alla saggezza genitoriale, alla relazionalità, alla sintonizzazione con gli altri. Questi schemi sono però responsabili delle situazioni di incastro relazionale: quelle situazioni in cui, malgrado tutto l’affetto del mondo, finiamo per entrare in un circolo vizioso di dolore e impotenza. Inoltre, poichè spesso questo modalità vengono agite nella relazioni con i figli, hanno una specie di carattere ereditario: nei nostri schemi dis-funzionali finiamo per assomigliare ai nostri genitori.

Dalla relazione sana alla risposta automatica

In situazioni emotivamente cariche, possiamo rapidamente passare da una modalità relazionale sana e adulta all’attivazione di uno di questi schemi che ripetono la situazione di frustrazione originaria. Una madre potrebbe iniziare l’interazione nella posizione del genitore consapevole, ma nel corso dell’interazione, potrebbe sentirsi provocata verso la rabbia grazie al comportamento o alle parole del figlio. Questo potrebbe innescare il suo schema maladattativo e ritrovarsi arrabbiata con il proprio bambino, oltre la misura adeguata. È in questi schemi che dimora la nostra parte autocritica e la nostra parte che critica gli altri. Abbiamo introiettato i rimproveri genitoriali e li abbiamo trasformati in regole generali di comportamento, liste inamovibili, scolpite nella roccia di quello che è giusto e sbagliato, che si accendono quando incorriamo in un errore. O quando gli altri sbagliano qualcosa con noi.

Il genitore esigente che dimora dentro di noi ci chiederà uno standard elevato di prestazione e quello punitivo ci castigherà emotivamente se non siamo in grado di farlo. Ma i nostri genitori interiorizzati non avrebbero spazio se, dentro di noi, non fossimo anche rimasti bambini. Se possiamo rispondere con consapevolezza ai diktat dei nostri genitori interiorizzati siamo anche in grado di riconoscere che si è attivata una modalità infantile di risposta. Invece, molto spesso, una parte di noi è rimasta bambina e inconsapevole e li prende sul serio!

Ricordiamo e riattiviamo vecchi schemi

Durante la pratica di mindfulness può accadere che questi vecchi schemi riemergano: riemerge la nostra critica e la nostra autocritica. Critichiamo noi stessi e critichiamo gli altri e agiamo – nello stesso momento – la parte del genitore esigente e quella del bambino vulnerabile o arrabbiato. La pratica ci offre una possibilità: quella di veder emergere questi comportamenti e di saperli riconoscere ed esplorare senza entrare nella ripetizione automatica.

La storia di Mara

Nel buddismo, Māra,  è l’asura, il nemico che cerca di distogliere il Buddha  dal raggiungimento del Risveglio. Lo fa cercando di sedurlo tramite l’apparizione delle sue tre figlie, Tanha, Arati e Raga (Avidità, Noia, Passione), poi, cercando di spaventarlo con l’apparizione di dieci eserciti di esseri mostruosi che corrispondono ai dieci tipi di ostacoli della vita spirituale:

Piacere sensuale;
Frustrazione;
Fame e sete;
Desiderio;
Pigrizia;
Terrore;
Dubbio;
Presunzione o ingratitudine;
Guadagno, ricompensa, onori, e fama ingiustamente ricevuti.
Esaltazione di sé stessi e denigrazione del prossimo.

Il teologo cristiano Rudolf Bultmann racconta che la stessa sorte è sperimentata da Gesù nel deserto quando, dopo essere stato battezzato, per ben tre volte subisce le tentazioni del demonio: la prima tentazione è il piacere della carne; la seconda è la tentazione del successo e il potere mondani; l’ultima è la tentazione che riguarda l’obbedienza al potere divino. Indipendentemente dalle tentazioni che incontrano – Bultmann cita anche l’esempio di Zaratustha – in tutti i casi la tentazione arriva nel momento del cambiamento, del risveglio, del rinnovamento. Anche la nostra voce critica e autocritica arriva nello stesso punto. Stiamo per cambiare, per dare vita a qualcosa di diverso, di nuovo e dentro di noi sorge il dubbio o la svalutazione. L’effetto è quello di lasciarci nel ristagno. La soluzione è quella di riconoscere che si tratta di una tentazione e che non merita di essere ascoltata. Per farlo è fondamentale riconoscere la natura “istigatoria” della ripetizione. Lasciarci nella palude è la vittoria: ma noi vogliamo uscirne.

Vincere la tentazione

Capita spesso che le persone, proprio nel momento in cui si sentono pronte per portare un cambiamento nella loro vita, si ritrovino a combattere contro vecchie abitudini che appaiono rinforzate e rese più crudeli. Allora Sati, questa qualità della consapevolezza che è in grado di riconoscere i fenomeni, viene in nostro soccorso. C’è qui una forma particolare di ricordo. È il ricordare che stiamo ri-vivendo qualcosa di già avvenuto. E la tentazione della ripetizione non può che essere combattuta esplorando e riconoscendo lo schema che nasconde. È la nostra personale lotta contro Mara, contro i demoni, contro la stagnazione.

Ma erano così, ignoravano la successione dei giorni, perchè miravano a viverne uno solo, perfetto, ripetuto all’infinito: quindi il tempo era per loro un fenomeno dai contorni labili che risuonava nelle loro vite come una lingua straniera. Alessandro Baricco

© Nicoletta Cinotti 2019

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