È estate, veniamo fuori da un lungo periodo di chiusura e isolamento, la nostra voglia di vivere, lungamente tenuta a freno nel periodo della quarantena sprizza di felicità…ma siamo sicuri che l’estate sia proprio la stagione più bella?

Non c’è che una stagione: l’estate. Tanto bella che le altre le girano attorno. L’autunno la ricorda, l’inverno la invoca, la primavera la invidia e tenta puerilmente di guastarla. Ennio Flaiano

A sentire Ennio Flaiano siamo nella stagione più bella dell’anno ma c’è una parte della sua frase che ci mette in allerta. La primavera invidia l’estate e tenta di imitarla. D’estate è un pò così: ci sono un sacco di persone che sembrano molto felici e un altro gruppo di persone che si sentono più infelici perché guardano quelle felici e si sentono diverse, escluse, anomale e incapaci di divertirsi.

È la stagione in cui puoi sentirti malissimo in costume anche se stai bene. È la stagione in cui il tuo corpo ti può sembrare in forma oppure un disastro e tutto questo indipendentemente dalla realtà dei fatti. In una parola l’estate è la stagione in cui ci esponiamo di più, ci confrontiamo di più e, quindi, quella in cui possiamo soffrire di più il senso d’esclusione e i sentimenti correlati.

Anoressia e bulimia: tra piacere e dispiacere

Malgrado l’attenzione al peso e alla forma fisica che farebbe credere di vivere in una società di inappetenti e di salutisti, non facciamo in tempo a sfogliare una rivista, ad aprire la televisione, che troviamo pubblicità di cibo. Programmi che insegnano a cucinare, foto che suggeriscono cibi raffinati e gustosi. Un’invasione di raffinatezza alimentare sotto tutti i punti di vista. Insomma da una parte saper cucinare, avere un “buon palato”, frequentare ristoranti di lusso sembra il minimo per poter essere alla pari, dall’altra dobbiamo avere tutti, al massimo, una taglia 42. Non è diverso quello che succede leggendo il giornale: l’invito della nostra cultura è uno: bisogna essere felici. Se non si è felici si è esclusi, emarginati, sfigati. Dall’altra apri il quotidiano e non trovi buone notizie nemmeno a pagarle. Anche quelle buone sono presentate con tutta la parte di negatività preventiva che possono avere. Senza parlare di quello che accade in Parlamento: non capisci mai se quello che è successo è positivo perché c’è sempre qualcuno scontento (anche molto scontento). Non capisci mai se quello che ti dicono sia positivo è davvero positivo o ti stanno fregando. Insomma siamo spinti verso il piacere e, nello stesso tempo riceviamo in continuazione stimoli avversativi. Realizziamo continuamente il paradosso della bulimia e dell’anoressia.

Il paradosso della bulimia e dell’anoressia

L’anoressia e la bulimia sono due strade – a volte presenti contemporaneamente – per volere il controllo sul piacere. Nell’anoressia il piacere è associato alla magrezza e alla possibilità di essere sempre, esattamente, lo stesso peso. Questo è il demone dell’anoressia: un controllo preciso e millimetrico su tutto quello che viene ingerito e, per estensione, un controllo sui risultati attesi altrettanto preciso e millimetrico. Non entra in discussione l’aspetto di sazietà e nemmeno quello di soddisfazione: le emozioni non si possono misurare e non hanno calorie. Entra nella misurazione l’aver raggiunto il risultato desiderato. Forse potremmo pensare che questo riguardi gli anoressici propriamente detti: non è vero. Questo atteggiamento che misura i risultati anziché le emozioni e gli aspetti relazionali coinvolti è un atteggiamento molto diffuso. Entriamo in una specie di anoressia emotiva che ci rende “magrissimi” nell’anima, schiacciata dal desiderio di aver esattamente quello che avevamo deciso.

Rispetto al cibo sono due i meccanismi fisiologici coinvolti: il senso della fame e il senso della sazietà. Sono sensazioni che nascono sia da parametri ematici – come la curva glicemica – che da parametri meccanici, come la sazietà legata al riempimento dello stomaco. Nell’anoressia il corpo è poco percepito e il senso di sazietà è quasi inesistente. Per questa ragione le persone ricorrono ad una decisione a priori su quanto è sufficiente. Nel tempo, anche il senso della fame dovuto alla curva glicemica può essere molto alterato: in una parola è la mente che decide al posto del corpo.

Il desiderio è quello di “mangiare tutto il pane del mondo”, come diceva Fabiola Leclercq non potendolo fare decidiamo quanto mangiare a tavolino e calcoliamo se è giusto sulla base del risultato: il peso.

Nell’anoressia emotiva

Nell’anoressia emotiva succede qualcosa di molto simile. Vogliamo arrivare ad un risultato e non è tanto importante quanto ci costa a livello relazionale ed emotivo. È l’arrivare esattamente lì che ci rende felici, per quanto sia possibile essere felici quando la mente domina così tanto il corpo. Vogliamo avere la situazione sotto controllo, abbattere l’imprevedibilità, annullare la distanza tra volontà e risultato. Abbiamo una comprensione ” economica” e non emotiva dove per economia non si intende tanto l’aspetto legato al denaro quanto la rassicurazione che il nostro controllo e la nostra volontà funzionano. La rassicurazione che il mondo – così imprevedibile e mutevole – è però dominabile almeno in qualcosa.

C’è una paura sottostante: la paura che il piacere possa distruggerci.

La soluzione opposta.

La bulimia è la soluzione opposta per lo stesso problema legato al piacere. Anche in questo caso il desiderio è tutto il pane del mondo – in senso letterale e metaforico – per riempire un vuoto d’affetti che è incolmabile. Anziché andare incontro a quel vuoto e consolarlo, il cibo diventa un riempitivo che viene poi – nella maggioranza dei casi – eliminato. Che venga eliminato o no la sensazione successiva all’aver ceduto all’impulso è di disapprovazione, di indegnità. In questo caso è la perdita di padronanza e controllo – due aspetti che sono all’opposto nell’anoressia – che produce disapprovazione. Il tema dominante però è lo stesso: si può provare piacere (piacere del cibo per esempio) e mettere contemporaneamente un limite?

Nell’anoressia e nella bulimia le due cose appaiono inconciliabili. Il piacere non può avere limiti e quindi in un caso si sceglie di decidere con la volontà qual è il limite e nel secondo caso si sceglie di non mettere limiti al piacere/desiderio di riempire. C’è una paura sottostante: la paura che il piacere possa distruggerci.

L’aspetto compulsivo

Rispetto al piacere è l’aspetto compulsivo che gioca la carta vincente: controlliamo troppo o troppo poco ma, in nessuno dei due casi sappiamo come fare ad essere padroni di quello che è un aspetto naturale: c’è piacere e poi finisce. C’è desiderio e poi un senso del limite e della finitezza.

Possiamo essere bulimici rispetto al cibo come rispetto ai vestiti, ai libri, agli oggetti. O bulimici rispetto all’amore. Non fa poi così tanta differenza. Possiamo alternare periodi di dieta a periodi di abbuffata. La vera differenza è dove siamo noi.Se siamo dentro a quello che accade, totalmente colonizzati dall’impulso o se rimane uno spazio libero. Rimane uno spazio libero? Possiamo permetterci il lusso di un po’ di vuoto?

Oppure possiamo stare nel vuoto e lasciare che crei qualcosa di nuovo?

Domande che possono avere solo una risposta personale. Oppure domande che possono farci compagnia e la risposta nascere dal contemplare quello che emergerà.

Che la nostra anoressia sia emotiva o fisica, che la nostra bulimia riguardi il cibo o i vestiti, alla fine, non cerchiamo tutti di rispondere ad una trance di inadeguatezza? Non cerchiamo di correggere quello che consideriamo un errore e che, invece è la nostra unicità? Come sarebbe se invece che considerarci inadeguati iniziassimo a considerarci unici?

La contemplazione è assolutamente necessaria per reggere la vita umana, per poter vedere le cose e pensare la realtà. La contemplazione ci fa scoprire il senso della vita: è la vita. Punto e basta. Adriana Bonavia

© Nicoletta Cinotti 2020 Reparenting ourselves

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