Le emozioni hanno una natura mobile. Tendono a mutare dall’una all’altra e fanno un sottofondo delle nostre giornate, a volte in modo più sottile, altre volte più presente. Le difese emotive hanno una finalità precisa: vogliono evitarci di provare certe emozioni. Perché ritenute sgradevoli o pericolose. L’impresa – davvero impossible – sarebbe quella di garantirci una vita il più possibile rosea e, in mancanza di meglio, una vita almeno sicura.

Paradossalmente però le difese bloccano due processi naturali: il primo è quello che porta alla trasformazione di un’emozione nell’altra. Il secondo è quello che ci permette di imparare dall’esperienza. Le emozioni infatti, se lasciate libere di essere percepite e riconosciute, sono estremamente dinamiche. Non solo hanno una vita breve ma hanno un movimento di trasformazione interno. Così la rabbia può trasformarsi in tristezza e poi in sollievo, la tristezza può diventare, compassione e affetto e così via, senza percorsi precisi e definiti. Niente di standard nel mondo emotivo. È la nostra storia passata che influenza ed è influenzata dalle nostre emozioni.

Se invece entrano in azione le nostre difese l’aspetto prioritario diventa quello dell’evitamento. Un evitamento che possiamo esprimere in maniera fobica, scappando, oppure dissociando, distaccandoci da quello che abbiamo provato. In ogni caso tra noi e l’esperienza si apre un salto che non permette l’apprendimento. Come se cercassimo di leggere un libro che è troppo lontano. Non difenderci permette di avvicinare il libro alla distanza che consente la lettura. Anche troppo vicino – che è quando siamo ipersensibili alle emozioni – non ci renderebbe possibile la comprensione.

Una delle difese apparentemente più protettive e in realtà più evitanti, è l’orgoglio. Quando ci sentiamo feriti nell’orgoglio – e quindi proviamo vergogna o umiliazione – la tendenza è quella di tagliare i ponti o di chiudere con la situazione che ci ha ferito. Ci sembra una grande protezione scappare, andarsene, evitare. Invece in questo modo mutiliamo il contatto con l’esterno e, soprattutto, mutiliamo il contatto con noi stessi creando una dissociazione tra noi e l’esperienza. È come se una pianta non ricevesse più acqua: nel giro di qualche tempo appassisce. In effetti le persone che tendono ad evitare e a iper-proteggersi riferiscono spesso la sensazione di essere “spenti” o poco vitali. Pensano che la colpa sia del mondo (cattivo) e si dimenticano di vedere che hanno tagliato i ponti con il mondo, che hanno smesso di innaffiare la propria vita con tutta la varietà di emozioni che porta con sé. Perché appassire? Perchè non lasciare che la rabbia ci spettini, la paura ci colori, la tristezza ci bagni, l’amore ci illumini? Il vero problema delle emozioni è quando ci lasciamo trascinare e travolgere. Non è l’emozione il problema: è la mancanza di padronanza e consapevolezza che può metterci nei guai. Sarebbe come se ci tagliassimo le mani per evitare di compiere gesti insani, senza accorgerci della follia di quell’azione.

Ci deliziamo nella bellezza della farfalla, ma raramente ammettiamo i cambiamenti a cui ha dovuto sottostare per raggiungere quella bellezza. Maya Angelou

Pratica di mindfulness: Cullare il cuore

© Nicoletta Cinotti 2019 Vulnerabili guerrieri

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