Per molte persone il periodo estivo, indipendentemente dalle vacanze, è un periodo in cui la minor pressione lavorativa permette di aprirsi a riflessioni sul proprio desiderio di cambiamento. In assoluto se io lavorassi d’estate, e soprattutto in agosto, questo sarebbe il mese con più richieste di primi colloqui per una psicoterapia. Poi arriva settembre e le richieste svaniscono, insieme alle vacanze. Perché succede?

Ci sono diverse ragioni, tutte molto interessanti. La prima ragione è che, liberi dalla pressione del quotidiano – o con  una ridotta pressione – riprendiamo lo spazio per sentire e per sentirci e confondiamo i segnali di transizione dalla pressione alla libertà in segnali di disturbo emotivo. Non sempre è così: a volte sono semplici segnali di transizione; siamo noi che spesso identifichiamo il sentire con un segnale di disagio emotivo. Sentire non vuol dire sentire  “tutto bene”: vuol dire sentire e accorgerci della mutevolezza. Se questa è la tua situazione tranquillizzati: dopo qualche giorno inizierai a gustarti la vacanza. A volte abbiamo dimenticato come rilassarsi e possiamo confondere il vuoto con l’angoscia. Poi, finito questo periodo, sentirai l’angoscia della pressione (che conosci molto meglio) e tutto tornerà (sic) come prima.

La seconda ragione è che, in effetti, nella vacanza – ottimo nome che prende origine dalla mancanza – vengono a galla gli unfinished business, quelle cose che dovremmo affrontare e che rimandiamo. Se siamo in crisi di coppia non è detto che la vacanza la risolva. Ho visto e sentito liti peggiori in vacanza che nel quotidiano. Se siamo in crisi con il lavoro è facile che passeremo i giornoi di vacanza ad arrovellarsi su cosa fare. Perché noi, alla fine, siamo ossessionati dall’idea di cambiare.

L’idea del cambiamento, come dice saggiamente Tetsugen Serra, contiene un certo grado di vergogna per com’è la nostra vita adesso. Siamo convinti che il disagio vada estirpato prima ancora che conosciuto. Invece non è esattamente così. Se non ci diamo il tempo di esplorarlo, rischiamo di estirpare qualcosa di importante e significativo senza conoscerlo. L’idea che il disagio sia uno stato peggiore dell’agio può, in molte situazioni, essere completamente sbagliata. A volte il disagio è un benedetto segnale e l’agio una stagnazione.. Dietro al nostro desiderio di cambiamento sta una certa dose di voglia di avere certezze. Peccato che queste benedette certezze non esistano. Se stai cercando una soluzione definitiva contro l’incertezza, fermati. Consola la paura, non partire ad occhi chiusi verso un progetto di cambiamento. Esplora, esplora, esplora: questo è il vero mantra della mindfulness.

Tutto questo per dire che no, in agosto non lavoro. Nemmeno a Ferragosto, il giorno in cui l’angoscia raggiunge il picco insieme alle temperature estive. Non lavoro perchè so che poi arriva settembre e ti dimenticherai di avermi chiamato per una questione urgente e rientrerai nelle solite scarpe, apparentemente scontent* ma felice di quella certezza che ti offrono e di quella conosciuta scomodità.

Il primo sabotatore vive dentro di noi, ha arredato il tunnel e non vuole che cambi nulla. Mafe de Baggis, Libera il futuro.

Pratica di Mindfulness: Non sapere è la più grande intimità

© Nicoletta Cinotti 2021 Il programma di Mindful Self-Compassion

Mindfulness e self-compassion tra psico-educazione e clinica

 

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