C’è una regola base della psicoterapia che spesso è considerata tanto ovvia e scontata da non essere nemmeno dichiarata: “Dire la verità e censurare il meno possibile”. Non ci sono strumenti per sapere la verità se non l’intento di dirla e di farla conoscere perchè la psicoterapia possa procedere.

Qualche anno fa mi accadde una situazione abbastanza esemplificativa di come possiamo trattare l’argomento verità. Seguivo una paziente per un problema specifico e dopo 18 mesi di trattamento non riuscivo più a capire come fare per andare avanti. Eravamo bloccati e tutte le vie d’accesso sembravano chiuse. Così dissi alla paziente che mi dispiaceva ma non mi sembrava che il nostro lavoro portasse in qualche direzione. Avevo provato varie strade ma tutte senza nessun risultato. Così le dissi che pensavo che sarebbe stato meglio concludere la terapia. A quel punto lei mi rivelò un segreto che fu fondamentale per la soluzione del suo problema. Rimasi attonita e quando le chiesi perchè non me l’avesse detto prima mi rispose che voleva essere sicura che quello che aveva celato fosse davvero la causa dei suoi problemi. Ecco dire la verità non è scontato. Questo episodio racconta anche un altro aspetto della verità: spesso la conosciamo ma non la vogliamo ammettere.

Ognuno di noi è una luna: ha un lato oscuro che non mostra mai a nessuno. Mark Twain

Costruire un segreto

Tutti noi abbiamo dei segreti: non parlo di cose che non diciamo che a pochi intimi. Parlo proprio di cose che non diciamo e che percepiamo come segreti. Questi segreti rimangono chiusi strettamente dentro di noi. In psicologia sappiamo che spesso questi segreti sono portatori di patologia: soprattutto i segreti familiari. Questa trasformazione di un segreto in patologia avviene per diverse ragioni.

La prima ragione è la vergogna. La vergogna è un’emozione che ci fa sentire non degni ed esclusi dal proprio gruppo di appartenenza: due condizioni che non solo sono ragione di patologia ma che, anticamente, portavano addirittura alla morte. Gli uomini primitivi non riuscivano a sopravvivere fuori dalla loro tribù.

La seconda ragione è la non accettazione: il segreto è una verità considerata inaccettabile e tutto ciò che è inaccettabile deve rimanere segregato, attivando così delle difese per questa segregazione. Costa quindi molte energie emotive: troppe

La limitazione del senso di appartenenza: noi siamo animali sociali. Nasciamo e viviamo in contesti relazionali e l’approvazione o disapprovazione che riceviamo è un elemento importante della nostra autostima. Se crediamo che delle parti di noi non meritino appartenenza, costruiamo una immagine menomata di noi.

Come facciamo a mantenere un segreto?

Per mantenere un segreto abbiamo bisogno di attivare delle difese sia corporee che emotive.

Dal punto di vista corporeo abbiamo bisogno di trattenere. Ogni emozione infatti attiva una risposta muscolare, consapevole o inconsapevole. E per non esprimere quell’emozione dobbiamo attivare una contro risposta muscolare di direzione opposta e di forza almeno uguale. E’ in questa qualità di trattenimento che perdiamo le nostre risorse migliori: la nostra creatività e la nostra motivazione, la nostra vitalità e la nostra spinta curiosa. Con il passare del tempo l’effetto della contrazione diventa cronico e quindi non percepiamo più quella parte del corpo che è connessa al trattenere. Quindi all’inizio trattenersi dal dire richiede uno sforzo consapevole e intenzionale. Nel tempo è come se dimenticassimo. Sono entrate in azione le nostre difese psichiche

Le difese psichiche legate al mantenere il segreto sono principalmente due: l’evitamento e la dissociazione. L’evitamento ci porta a ridurre le esperienze in modo che questa verità non emerga. La dissociazione ci induce a chiudere in un cassetto quello che c’è in modo da non sentire gli effetti. Sono due difese che hanno conseguenze significative nella qualità della salute emotiva.

Essere spontanei

L’effetto più evidente è quello di una perdita della spontaneità e della libertà espressiva: non siamo liberi di muoverci come vorrmemmo se abbiamo bisogno di tenere nascosto qualcosa. Arrivati a questo punto sarebbe piuttosto facile pensare che questo sia un argomento che non ci riguarda. Sono gli altri che non dicono la verità: noi non abbiamo niente da nascondere. In realtà le cose non funzionano così. Tutti abbiamo qualcosa da nascondere perchè la nostra mente giudica continuamente quello che è accettabile e lo separa da quello che considera inaccettabile. Siamo continuamente divisi da una piena presenza che è quella che possiamo definire verità.

Allora cosa fare?

La prima cosa è la più semplice e la più disattesa: mettere l’intenzione di non essere distratti. Non è perchè vogliamo diventare dei buddha (c’è chi dice che buddha lo siamo già e che basterebbe non nascondere la nostra vera natura per esserlo) ma perchè se non siamo consapevoli di quello che succede – se siamo nella modalità pilota automatico – quello che rimane non riconosciuto va ad alimentare la nostra riserva di ansia. E l’ansia è una emozione che non vale mai la pena di coltivare.

Per alcuni custodire un segreto è come trattenere il respiro. Roberto Gervaso

Siamo continuamente sul crinale tra segreto e verità

Siamo continuamente sul crinale tra segreto e verità. Tra presenza e distrazione. Non possiamo farci niente ma riconoscerlo è già un modo semplice perchè questo si trasformi in presenza e la presenza apra uno spiraglio di verità. Tornando all’esempio della paziente quello che costruiva la sua patologia, prima ancora dell’evento in se stesso, era il fatto che sentiva di dover nascondere quell’evento. E non solo a me ma anche, e soprattutto, a se stessa. Era il dubbio sulla verità dell’importanza di quel fatto che la turbava. E questo è l’altra conseguenza dei segreti. I segreti ci mettono in un continuo stato di dubbio e aumentano la proliferazione mentale.

Cosa significa allora dire la verità? Significa sapere che cosa sentiamo e non censurarlo. non renderlo un elemento escluso dal nostro panorama interno. Significa rimanerci in compagnia fino a che non sapremo dargli un nome e riconoscere il modo in cui si esprime nel corpo.

Poi potremo scegliere se dirlo o non dirlo. Perchè spesso le prime persone a cui non diciamo la verità non sono gli altri ma noi stessi. Mi succede spesso di ascoltare storie di tradimenti. E, ad un certo punto, nella maggior parte delle volte, le persone mi dicono che lo sapevano ma non avevano voluto crederci. Ecco questo è l’effetto del dubbio. Non sappiamo più riconoscere la verità perchè non sappiamo più se fidarci di quello che sentiamo oppure no.

Tutti custodiamo un segreto chiuso a chiave nella soffitta dell’anima. Carlos Ruiz Zafón

La verità è semplice, le bugie no

Dire la verità nelle nostre giornate non è una impresa impossibile. È un atto quotidiano che possiamo coltivare con la presenza, la consapevolezza e una attenzione non giudicante alla nostra esperienza. Spesso non sono i grandi segreti quelli che creano inquietudine ma il non saper più conoscere la verità di quello che sentiamo e pensiamo tanto ci siamo abituati a nascondere le cose per paura di guardarle. Guardare la verità non  è pericoloso. Il pericolo è non sapere.

Ecco il mio segreto. E’ molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale e’ invisibile agli occhi. Antoine de Saint-Exupéry

© Nicoletta Cinotti Foto di ©B.Jones_54

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