C’è una accezione negativa di silenzio, come assenza di suono o parola, e una positiva come matrice da cui nasce la parola, la casa a cui la parola fa ritorno attraverso la comprensione. David Steindl.Rast

Per chi conosce solo il mondo della parola il silenzio è vuoto ma per chi conosce il silenzio del cuore il vuoto del silenzio è una ricchezza inesauribile e le parole non sono altro che un rivolo della sua ricchezza, così David Steind-Rast parla del silenzio, mettendolo al centro dell’esperienza della gratitudine.

Forse potremmo pensare che il silenzio richieda meditazione ma possiamo farlo cadere, come una goccia di pace, in qualsiasi momento delle nostre affollate giornate. Possiamo farlo spegnendo le connessioni, rimanendo in silenzio e permettendo che il silenzio si allarghi in cerchi sempre più ampi, come un sasso che rompe la superficie dell’acqua. Perché, e questo lo scopriamo presto, il silenzio offre una qualità di riposo che non è paragonabile ad altri riposi. Anche il sonno può essere meno riposante del silenzio.

La pratica formale e informale

Forse potremmo credere che per incontrare il silenzio la pratica formale della meditazione sia la base ma se invece il primo atto fosse proprio quello informale, il far cadere degli spazi di silenzio dentro le nostre ore, dentro i giorni affollati? Se incominciassimo a prenderci una pausa dalle notizie per riuscire a restituire significato a quello che sentiamo? Le notizie della pandemia sono sparite sostituite da quelle di una minaccia maggiore ma, mi chiedo, se sono sparite era davvero necessario che prima fossero così presenti? E cosa ci spinge a guardare compulsivamente le notizie? Cosa ci spinge a esporci al suono del mondo – quello che la poeta Mariangela Gualtieri chiama il camposportivo (tutto attaccato) – senza il minimo rispetto della nostra soglia di tolleranza? Non è forse questo un modo per farci diventare insensibili? Non si diventa forse sordi se ci si espone a troppo rumore? E se anche il nostro cuore funzionasse così e diventasse prima immobilizzato dallo choc e poi sordo al dolore altrui? Se così fosse come potremmo riprendere sensibilità se non attraverso una pausa di silenzio?

Ascoltare profondamente

Gli occhi vedono, le orecchie ascoltano ma ascoltare profondamente è compito del cuore. Nelle tradizioni mistiche contemplative questo ascolto del cuore è chiamato “obbedienza”. Non è l’obbedienza intesa come rispetto delle regole. È, piuttosto, l’ascolto di quello che il cuore ci dice perché la comprensione più intima delle parole passa attraverso il nostro cuore e non solo attraverso la mente.

Certamente ascoltiamo attraverso i nostri sensi ma il silenzio apre la porta a quella calma lucida che è come una serena giornata senza vento nel cuore della primavera. Quando riusciamo a portare un’attenzione affettuosa all’ascolto del cuore entriamo in una qualità di calma che riverbera di silenzio. Non è l’affollata natura della mente piena di pensieri e di suoni. È l’aver lasciato che le parole che sono arrivate dall’esterno filtrino il loro significato attraverso l’ascolto del cuore. Una voce contro la quale lottiamo spesso, temendone l’intensità. L’ascolto del cuore ci offre brividi di soggezione e brividi di affetto: forse lo evitiamo per la soggezione ma possiamo incontrarlo per l’affetto.

La parola chiave della disciplina spirituale che seguo è “ascolto”. È una qualità particolare di ascolto, è l’ascolto del cuore…per ascoltare il mio cuore devo tornarci ripetutamente con un processo di centratura, prendendo “a cuore” le cose. Ascoltando con il cuore trovo il significato”…David Steindl-Rast

Trovare il significato

Per trovare il significato di quello che accade non abbiamo bisogno solo di comprenderlo razionalmente. Quella è una parte necessaria ma non sufficiente. Forse è per questo che iniziamo a rimuginare: perché mastichiamo la comprensione ma non ci convince. Non può davvero convincerci fino a che il senso di quello che vogliamo comprendere non arriva al cuore. Quando arriviamo al cuore del significato la rimuginazione si interrompe: per un attimo scopriamo il silenzio della mente. Un silenzio che Thich Nhat Hanh definisce tonante

“Era vero silenzio perché tutti avevano smesso di pensare(…) un siffatto silenzio si può definire tonante perché è eloquente e potente…Thich Nhat Hanh, Il done del silenzio

 

Ma quali sono i passaggi perché il cuore comprenda?

Il primo, forse il più sensibile, è l’appartenenza. Se non riconosciamo qualcosa come nostro non possiamo farlo entrare nel cuore. Il secondo passo è il significato. Il nostro cuore non comprende in maniera letterale le parole, le immagini, i contatti ma ne percepisce il significato. Più il cuore è libero e meno filtri ci sono per la comprensione del significato. È per questo che arriviamo a dire “questa esperienza è stata profondamente significativa”: perché la nostra comprensione di ciò che è successo è arrivata al cuore. Quando non accediamo a questo tipo di significato rimaniamo inquieti e possiamo far risalire la comprensione dal cuore alla mente iniziando a rimuginare; ci sentiamo orfani, esclusi dalla famiglia del mondo. Quando la comprensione di quello che è successo ci appartiene smettiamo di sentirci orfani. tutti noi conosciamo il silenzio che nasce dalla comprensione tanto che ne sentiamo la nostalgia e rimpiangiamo il fatto di non avere accesso a questa qualità di esperienza

Questo mi parla

In quei momenti avviene l’ascolto o meglio avviene quel processo che ci fa dire, “questo mi parla” che non è uno scambio di parole. Questo mi parla è quello che sentiamo quando il silenzio del cuore prende forma in un discorso. È l’esperienza che facciamo quando, in una conversazione, il significato di quello che viene detto è sostenuto dal silenzio di cui le parole sono un mezzo.

Dal significato è possibile accedere al terzo passo che è la comprensione. Senza comprensione né le parole, né il silenzio hanno significato. È la comprensione che ci consente il silenzio riposante che non è inattività ma è il momento in cui dentro di noi si svolge il processo più dinamico: il cambiamento senza sforzo.

Così forse, come nella storia che trovi nel riquadro sottostante, il vero silenzio lo troviamo quando disponiamo lo spazio e quiete necessari per agire con intenzione, una intenzione senza sforzo, un’intenzione libera da un eccesso di volontà. Quando, anziché partire dalle parole, partiamo dal silenzio. Anziché partire dal pieno partiamo dal vuoto. Anziché scegliere la volontà ascoltiamo cosa desidera il cuore.

  “La vera arte” esclamò allora il Maestro “è senza scopo, senza intenzione! Quanto più lei si ostinerà a voler imparare a far partire la freccia per colpire sicuramente il bersaglio, tanto meno le riuscirà l’una cosa, tanto più si allontanerà l’altra. Le è d’ostacolo una volontà troppo volitiva. Lei pensa che ciò che non fa non avvenga.” “Ma lei non ha spesso ripetuto che il tiro con l’arco non è un passatempo, un gioco senza scopo, ma una questione di vita e di morte?” “E lo sostengo. Noi maestri d’arco diciamo: un colpo – una vita! Ciò che questo significa lei non lo può ancora capire, ma forse l’aiuterà un’altra immagine che traduce la stessa esperienza. Noi maestri d’arco diciamo: con l’estremità superiore dell’arco l’arciere fora il cielo, all’estremità inferiore è appesa la terra, fissata con un filo di seta. Se il colpo parte con una forte scossa c’è il pericolo che il filo si spezzi. Per il volitivo e il violento la frattura diventa allora definitiva e l’uomo resta irrimediabilmente nello spazio intermedio tra il cielo e la terra.” “Che debbo dunque fare?” chiesi pensieroso. “Imparare la giusta attesa.” “E come si impara?” “Staccandosi da se stesso, lasciandosi dietro tanto decisamente se stesso e tutto ciò che è suo, che di lei non rimanga altro che una tensione senza intenzione.” “Devo dunque spogliarmi intenzionalmente di ogni intenzione” mi scappò detto.

© Nicoletta Cinotti 2022 Il silenzio come cura

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