Qualche volta la parte più difficile non è iniziare: hai l’entusiasmo e la curiosità che ti spingono avanti come se andassi a motore. L’inizio ti sorride e sembra che tutto – davvero tutto – sia possibile.

Anche la fine, a volte, può essere sorridente: intravedi il riposo, ti allunghi verso la soddisfazione. Celebri l’idea che sia andata e, per un attimo, bene o male non importa. La spunta sulla tua lista è pronta ad essere messa, qualunque sia l’emozione che l’accompagna, ti regala un attimo di vero sollievo. Strano a dirsi non c’è fine senza un attimo di sollievo.

Ma il mezzo, quel dispiegarsi uniforme, quel transitare senza vedere più l’inizio, senza intravedere nemmeno la fine. Quell’andare avanti in cui l’abitudine mette le sue radici e si perde la freschezza della novità ma non si ha ancora la confidenza dell’esperto. Quel mezzo che non viene celebrato come l’inizio e la fine. Non viene onorato per il suo protrarsi. Eppure quel mezzo ha l’onore del continuare, del non abbandonare, del resistere alla tentazione del dire “non ce la faccio proprio e/o non ce la faccio più”. Quel mezzo ha il valore dell’ordinario e lo sa trasformare in straordinario. Non è dirompente come l’innamoramento ma è sottile e profondo come l’amore, fedele come solo una meridiana sa essere. È nel mezzo che la motivazione traballa e che rimaniamo da soli con la nostra intenzione.E quelle due possono essere abbastanza: noi e la nostra intenzione possiamo funzionare insieme ma non è scontato.

Strano a dirsi succede sempre: nell’amore, nella pratica, nella scrittura, nella vita. Quel mezzo – così lungo e solitario – ci trasforma in perdenti o in eroi della nostra battaglia quotidiana: quello di fare della nostra vita un’opera d’arte e non una apologia. Perché la ripetizione non è solo abitudine: è apprendimento.

L’eccellenza non è un  atto ma una abitudine. Aristotele

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© Nicoletta Cinotti 2018 Amore e passione tra  mindfulness e bioenergetica. Milano 2 Dicembre

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