In bioenergetica facciamo delle cose strane: ossia rifacciamo movimenti semplici ed essenziali, simili a quelli che fanno i bambini. Allora perché li consideriamo strani? Perché, a differenza di quello che succede in altre discipline corpo-mente, come lo Yoga, non diamo una posizione da raggiungere e nemmeno una posizione da tenere: offriamo un movimento da esplorare. Possibilmente un movimento che sia spontaneo. Non usiamo il corpo come strumento, lo esploriamo come forma espressiva di una musica che è solo nostra. L’invito è alla spontaneità e la spontaneità mette subito di fronte ad una discrepanza: si può recuperare un movimento spontaneo in un contesto collettivo?

Siamo abituati a mettere una difesa

Siamo abituati a mettere una protezione nei contenti sociali: ci viene insegnato – a forza di esperienze negative – che, esporsi troppo è pericoloso, difficile e anche doloroso. E noi, saggiamente, evitiamo il dolore il più possibile. Ieri sera, camminando in una strada laterale del centro, una delle poche dotate di panchine, c’era un gruppo di ragazzi assiepati: leggevano, ad alta voce, un lungo whatsapp che uno di loro aveva ricevuto da una ragazza. Ragazza che sembrava suscitare la curiosità di tutti. Stavano condividendo qualcosa di intimo che sarebbe, credo, dovuto rimanere personale. Chi aveva scritto quel messaggio si sarebbe sentita malissimo in quella situazione. Eppure l’aveva mandato senza pensarci. Perché? Perché abbiamo bisogno di condividere, di esprimere quello che abbiamo dentro, come, del resto, accadeva in quel lungo e sentito messaggio. Solo che farlo tramite un mezzo elettronico ci fa sentire – erroneamente – protetti. Farlo in presenza di altre persone espone la nostra sensibilità alla realtà della nostra esistenza. Un’esistenza in cui siamo vulnerabili ed esposti alla ricerca di approvazione e disapprovazione. Farlo muovendo il corpo in un contesto collettivo offre però un innegabile vantaggio: ci rende consapevoli delle nostre potenzialità espressive e dei nostri militi. Limiti che sono disegnati sempre dal solito, vecchio, sentimento: la vergogna. Padroneggia la vergogna e la tua libertà non avrà molti limiti se non quelli della dignità e del rispetto.

La voce del corpo è sociale

Eppure il corpo è sociale, anche se non sempre socievole. È il nostro mezzo di comunicazione con il mondo. Ci mette in relazione e riacquistare la possibilità di muoversi consapevolmente in un gruppo di persone riattiva due parti vitali di noi: la libertà e la possibilità di essere autentici, originali. Originali, dove, molto spesso, troviamo lo scoglio del nostro desiderio di omologazione. Facciamo qualcosa di attivo per omologarci: omologarci spesso è la declinazione espressa dal nostro verbo fare.

Quando la situazione è interiore, cioè uno stato dell’essere, cercare di cambiare questo stato con il fare ha come risultato una riduzione dell’essere. Questo può essere spiegato dal fatto che, per agire su di sé, una parte della personalità deve ribellarsi all’altra. L’ego si ribella al corpo usando la volontà contro le sensazioni del corpo. In questo modo l’essere è scisso e quindi ridotto. Alexander Lowen

Il respiro, veicolo espressivo del sentire

Ci sono delle verità evidenti e, per questo, dimenticate. Nessuno nega l’importanza di essere vitali e la nostra vitalità passa attraverso il nostro respiro. Malgrado questo abbiamo paura della vitalità e paura di sentire e tratteniamo molto spesso il respiro, pur sapendo – implicitamente – che limitando il nostro sentire, limitiamo la nostra espressività.

La profondità del respiro non è data dalla sua ampiezza ma dalla sua lunghezza: accorciando il respiro sentiamo meno e controlliamo di più quello che sentiamo. Nel respiro davvero profondo i movimenti respiratori coinvolgono l’addome e tutte le emozioni viscerali e lasciano uscire un suono – profondo e naturale – il suono del respiro. Un suono che è evocativo di quello che sta nella nostra zona d’ombra. Un suono che, per questo, spesso tratteniamo. La nostra respirazione così finisce per essere definitoria. Definisce il confine di quello che possiamo ascoltare di noi.

Alexander Lowen parla di due tipi di respirazione. La prima è toracica, la seconda è diaframmatica: più la respirazione è profonda e più sentiamo. Più, per dirla bioenergeticamente, è grande l’essere. Tanto che, nei momenti migliori, la nostra respirazione include tutto il corpo: ci sentiamo come se ogni parte di noi respirasse: ed è proprio così. Quando il respiro è profondo il senso di connessione riguarda tutto il corpo e assicura un senso di benessere e integrazione.

Quando sentiamo bisogno di più aria

Ogni tanto sentiamo bisogno di più aria, di più vita. Non è casuale l’associazione. Allora tiriamo un respiro più profondo o facciamo qualcosa che ci restituisce un senso più ampio di noi. Non ci esprimiamo solo a parole ma anche ad azioni, a movimenti, a segni non verbali eppure comunicativi. Sono questi segnali che danno congruenza a quello che diciamo. Sono segni spontanei e spesso poco consapevoli. La spontaneità è una funzione dell’espressione di sé: più siamo vitali e più siamo spontanei.

Di norma il controllo rappresenta una limitazione dell’Io alla spontaneità e ha lo scopo di rendere un’azione efficace. Attraverso il controllo la motilità spontanea del corpo viene incanalata e integrata per raggiungere il fine desiderato. Alexander Lowen

La perdita di spontaneità e di controllo produce una condizione di flaccidità psichica e fisica, dice Lowen. una flaccidità che è una negazione del sentire. È vero anche il suo contrario: quando un movimento abbraccia tutto il corpo e c’è una adeguata padronanza è dotato di espressività emotiva. La persona si riconosce in quel movimento: riconosce l’originalità della sua esperienza: è espressivo anche senza bisogno di parlare.

La consapevolezza di Sè è consapevolezza del corpo

Quando siamo consapevoli il corpo non è più elemento di sfondo ma la radice del nostro sentire. Sentiamo il fluire delle sensazioni associate al respiro, avvertiamo le tensioni e contrazioni – dato che nessuno ne è completamente libero – abbiamo una coscienza di noi che va al di là del giudizio di giusto o sbagliato sulla nostra vita. Sentiamo che vale la pena – vale la pena esistere e dare espressione alla nostra esistenza – anche se non tutto va bene. Anche se non tutto quadra. Quando questa qualità di consapevolezza manca avvertiamo un confuso senso di disagio. Una specie di senso di colpa che ci rammenta che stiamo mancando all’appuntamento essenziale: quello con la nostra vita. Che non è un appuntamento che merita di essere rispettato solo quando va tutto bene. Va cercato sempre.

Come perdiamo questa consapevolezza? Con le tensioni che restringono i dettagli dell’esperienza percepita. Ci addormentano e non è un sonno ristoratore.

La perdita della consapevolezza di sé è causata da una tensione muscolare cronica, che differisce dalle normali tensioni della vita quotidiana perché si tratta di uno spasmo muscolare persistente e inconscio che è diventato parte della struttura corporea, ovvero del modo di essere. Alexander Lowen

La voce del corpo

La voce del corpo è una voce sensibile, sottile. Urla solo quando abbiamo varcato troppo la soglia. Richiede la semplicità dei movimenti originari, la fiducia nella propria originalità. Richiede un luogo, protetto, dove l’ascolto sia possibile. Un gruppo dove la condivisione sia sicura. Perché il nostro corpo, molto spesso, è molto più socievole di noi e fa insieme agli altri, espressioni e movimenti che da soli non farebbe. Perché gli altri sono la nostra cassa di risonanza e la nostra fonte di ispirazione per ridare vita a ciò che abbiamo addormentato.

© Nicoletta Cinotti 2019

Andare oltre la paura di vivere

 

 

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