Hai presente il primo amore? Beh, a distanza di una vita sono ancora in contatto con il mio primo amore. Vite diversissime le nostre. Dopo la fine del liceo lui è andato via dall’Italia. Ha fatto svariati lavori, quattro figli di due nazionalità diverse, cinque lingue (forse sei). Su una cosa siamo sempre stati d’accordo. Siamo diversissimi e ci vogliamo bene. Nulla ha mai intaccato la nostra amicizia. Nessuna gelosia, nessuna condizione di vita ha creato distanza. Come dice lui, io sono brava a buttarla sull’amicizia. È vero. Tutti i miei amori sono, alla fine, diventate amicizie più o meno durature ma amicizie.

Fino ad adesso. Lui ha preso posizioni che non condivido ma questa non sarebbe affatto una novità. È successo spesso. Il punto è che pensarla diversamente, questa volta, sembra ridurre al minimo lo spazio di dialogo. Sembra che ci divida in due categorie opposte e nemiche. E nemmeno la mia capacità di buttarla sull’ironia e sull’amicizia sembra funzionare. Ci penso spesso perché credo che l’unica lotta che valga la pena di fare è per amore. Non può essere una lotta armata e non lotto per fargli cambiare idea. Lotto perché non mi consideri nemica.

L’altro giorno ho avuto una intuizione (che non è servita a nulla a dire il vero se non a illuminarmi la giornata). Ho capito la differenza che c’è tra adattarsi e appartenere. A volte scegliamo di adattarci ma tutti noi vorremmo, invece, appartenere. Appartenere ad un gruppo, ad una tribù, a qualcosa in cui riconoscersi. Mai questo bisogno è stato così forte: gli influencer in fondo costruiscono tribù di appartenenza e cerchi di somiglianza o distanza dall’originale. Adattarsi è come nascondersi in un gruppo: è la fatidica accondiscendenza. Appartenere  inveceè essere parte di una comunità in cui ci riconosciamo. Lui non vuole adattarsi ed è convinto che io mi sia adattata. Queste due posizioni si escludono a vicenda: se ti adatti è perché non appartieni veramente a nessuno, ti fa solo comodo stare dove sei. Quando appartieni hai una forza che nasce dal sentirti riconosciuto, apprezzato, visto da un gruppo in cui ti riconosci. Io non posso appartenere al suo gruppo e lui non può appartenere al mio. Questo è un equivoco che sta creando molta divisione non solo tra di noi. In questo momento, il gruppo d’appartenenza viene prima della persona. Questo impedisce il dialogo: diventiamo portavoci invece che persone. È un gigantesco errore di comunicazione quello che sta avvenendo con conseguenze imprevedibili. Diventiamo identificati con le nostre scelte, invece che, semplicemente, scegliere diversamente. Vediamo se possiamo continuare a essere persone invece che fazioni.

L’adattamento è uno dei maggiori ostacoli all’appartenenza. Adattarsi significa valutare una situazione e diventare chi devi essere per essere accettato. L’appartenenza, d’altra parte, non ci impone di cambiare chi siamo; ci richiede di essere chi siamo. Brené Brown

Pratica del giorno: La classe del mattino

© Nicoletta Cinotti 2022 Il silenzio come cura: ritiro di bioenergetica e mindfulness

 

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