Ci sono persone che danno, alle relazioni importanti, un numero limitato di errori. A volte limitatissimo, lo so per esperienza personale. Avviene quando – prima – c’è stata una idealizzazione. La persona in questione, a volta totalmente a sua insaputa, viene immaginata carica di ogni virtù. E, in aggiunta, si ritiene che solo quella persona possa capirci, perché solo quella persona ha la nostra stessa sensibilità. È frutto dell’idea platonica che, nel mondo, esista l’altra metà della nostra mela, quella che combina esattamente con noi. E che quindi, il vero punto sia cercare l’altra metà della mela. Nel frattempo vengono scartati aranci, mandarini, pere, altre varietà di mele, a volte in quantità tali che verrebbe fuori una bella macedonia. Sempre perché il punto è trovare l’altra metà esatta della mela.

Quella che, in una parola, fa proprio esattamente da specchio a come siamo noi (incomincia a venirvi in mente la storia di Narciso? Bene, siamo su quella traccia!). Quando troviamo qualcuno che le assomiglia iniziamo ad investirlo di tutte le qualità – esagerando – e gli diamo tutte le chiavi e anche le nostre password. Dopo di ché sbaglia qualcosa, e poi qualcosa d’altro e, a quel punto, inizia a serpeggiare la delusione che, rimanendo nella metafora della mela, è come quando entra un verme che scava la mela, la scava tanto che alla fine è immangiabile. E lo stesso accade alla relazione. La delusione prende il sopravvento. L’altro/altra viene bruscamente scaricato e rimane un’aurea di fallimento rispetto alle relazioni o rispetto alla nostra possibilità di trovare la nostra dolce metà. Questa modalità di idealizzazione/svalutazione non è appannaggio solo delle relazioni sentimentali. Chi tende a fare questo lo fa anche in altre relazioni, in tutte le relazioni. Il danno è che poi, generalizzando, si pensa che per noi non ci sia la possibilità di una relazione soddisfacente. O, peggio ancora, che degli altri è meglio non fidarsi.

C’è una buona notizia: la storia dell’altra metà della mela è una metafora. Non è da prendersi in maniera letterale. Descrive i momenti – e sono tanti, tantissimi – in cui ci sentiamo in perfetta sintonia. Non dice che la sintonia perfetta dovrebbe essere costante ed eterna. Qui, il buon Lowen aiuta: amare non è dare ma essere aperti. Aperti alla diversità dell’altro, aperti nei suoi errori e non solo nelle sue qualità. Aperti significa in grado di accogliere l’altro anche quando non siamo d’accordo. Altrimenti, se pensiamo che dare sia un esempio di amore, ci troveremo a dare aprendo mentalmente un conto affettivo in cui, prima o poi, verificheremo quanto l’altro ci ha dato e se il bilancio sarà in rosso non sarà affatto piacevole. Potremo anche rimanere insieme ma avremo la sensazione che stiamo perdendo, tempo, energia, affetto.

Per cui se mi volete bene, fatemi una cortesia, non idealizzatemi. Qualche volta sbaglierò, altre volte sarò diversa da come vi aspettate. Altre ancora sarò distante e irraggiungibile. Ma sarò sempre io e prima o poi torneremo ad essere due metà della stessa mela!

Tutti noi siamo come un fiume, con un particolare carattere, che mostra aspetti completamente diversi a seconda delle circostanze e del territorio che attraversa. David Whyte

Pratica di Mindfulness: La meditazione del fiume

© Nicoletta Cinotti 2018 Amore e passione tra mindfulness e bioenergetica. Milano 2 Dicembre

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