La parola carattere è una di quelle parole di uso comune che hanno un significato specifico in psicologia. Un significato molto simile: per carattere si intende infatti quell’insieme di risposte abituali che identificano una persona. Quelle che ci fanno dire che Marco assomiglia al padre piuttosto che alla madre perché è silenzioso come lui. Oppure perché ama le stesse cose.

In bioenergetica per carattere si intende una funzione unitaria che riguarda sia la sfera fisica che psichica, la cui comprensione è fondamentale per capire come la persona si muove nel mondo e come usa la propria energia. Infatti potremmo dire – per semplificare – che il carattere ha molto a che vedere con la nostra economia energetica. Quanto e come ci stanchiamo, quanto e come ristagna la nostra energia, con quanta facilità portiamo dei cambiamenti e quanto invece siamo abitudinari. In tempi più recenti questa economia energetica è stata definita anche come profilo di vitalità.

Andiamo sul classico: come Freud definiva il Carattere? Si può esprimere in una formula la formazione del carattere definitivo a partire dai tratti che lo costituiscono; i tratti permanenti del carattere sono perpetuazioni immutate degli impulsi originari, la loro sublimazione, oppure le formazioni reattive contro di essi. Sigmund Freud

Il carattere in pratica

Reich arrivò a formulare l’analisi del carattere non a partire da una teoria ma dalla pratica. Si accorse infatti che alcune terapie non progredivano malgrado l’interpretazione del sintomo fosse corretta. A questa considerazione generale accompagnò la constatazione che, in questi casi, era come se il corpo del paziente – sdraiato sul lettino – dicesse di no mentre la mente diceva di sì. Fu così che pensò di introdurre dei semplici movimenti per esplorare e sciogliere quella tensione fisica che si opponeva al cambiamento della mente. E fu così che si iniziò a distinguere tra sintomo e carattere. Una differenza fondamentale perché il carattere – per quanto a volte ci dia fastidio – lo identifichiamo con un tratto immutabile di personalità – il sintomo invece lo vorremmo cambiare subito. Anzi vorremmo che proprio non ci fosse mai stato. Mentre rispetto al carattere siamo molto più indulgenti. Eppure molti sintomi nascono proprio dal conflitto tra il nostro carattere e le esigenze di cambiamento.

Il nostro carattere funziona come il nostro pilota automatico, non ne siamo consapevoli fino a che non ci scontriamo con la realtà e spesso, sentenziamo “io sono così”

In questo modo il carattere diventa – molto spesso – un insieme statico di risposte che limitano la nostra possibilità espressiva e le nostre potenzialità di crescita. Dovremmo cambiare e, proprio in quel momento, invece, diventiamo più statici sia nel corpo che nella mente.

Ad essere sincera la staticità può dipendere da due diverse caratteristiche: può essere una staticità della mente che ristagna e non riesce a rispondere creativamente oppure una rigidità del corpo. Le caratteristiche fisiche che accompagnano queste due diverse forme di staticità sono opposte ma il risultato è simile: rimaniamo fermi allo stesso punto.

Lowen dice che un io sano dovrebbe cambiare con ogni nuova esperienza e rinascere nuovo: un Io sano non ha paura dell’inevitabilità del cambiamento

Si può osservare con relativa facilità il carattere degli altri ma solo con grande difficoltà l’individuo diventa consapevole del proprio carattere: guardiamo gli altri criticamente, noi stessi con favore. Alexander Lowen

Il carattere è un pilota automatico

Il concetto di pilota automatico ha avuto ampia diffusione con lo sviluppo dei protocolli mindfulness. Lo potremmo definire come l’insieme delle nostre tendenze abituali ed automatiche di risposta. Ci siamo affezionati e non lo abbandoniamo volentieri e anche solo interrompere il suo funzionamento richiede molto sforzo. Assomiglia al nostro carattere, alle nostre convinzioni più profonde, al nostro modo di stare nel mondo. Se il sintomo ci interrompe e ci disturba, il pilota automatico ci rassicura e ci conferma. Ci fa sentire preparati e con una soluzione sempre pronta. Anche se, quella soluzione, fa più danno che beneficio. Proprio come il nostro carattere che è, molto spesso, l’artefice dei danni della nostra vita. Siamo abituati a perdonarlo perché, secondo noi, è immutabile e perché, sempre secondo noi, ci offre anche tante soluzioni. Inoltre sia il carattere che il pilota automatico sono difficilmente distinguibili, come accade nelle illusioni ottiche. È necessaria una pausa, una attesa per modificare la percezione e metterlo a fuoco e, se abbiamo fretta, vediamo solo una cosa, quella più funzionale alla nostra abitudine. Vediamo una parte dell’immagine: richiede un po’ di sforzo vedere l’altra possibilità. Tutto ciò che è abituale infatti tende a mascherarsi facilmente nello sfondo e difficilmente ad essere identificabile.

Su quale base arriviamo ad amare così tanto il nostro carattere e ad abbandonarlo così malvolentieri?

Secondo il punto di vista tradizionale, un carattere è definito come la direzione abitualmente presa dagli impulsi volontari di una persona. È importante riconoscere che, comunque si definisca il carattere, è l’atteggiamento fondamentale con cui l’individuo affronta la vita. Alexander Lowen

L’identità funzionale corpo-mente ovvero la storia delle illusioni

La base dell’approccio bioenergetico è l’affermazione dell’identità funzionale corpo – mente. Cosa significa? Significa che le nostre risposte corporee abituali nascono a scopo difensivo e strutturano uno schema corporeo di tensione (e/o collasso muscolare) a livello corporeo. Questo schema muscolare ha un corrispettivo a livello mentale in alcune concezioni di base o credenze illusorie. Credenze illusorie che sorgono per proteggerci dall’idea che quello che ci ha provocato dolore possa ripetersi. Facciamo una operazione che assomiglia al chiudere la stanza quando i buoi sono già scappati. Sono l’illusione che se una persona ci ama non ci ferirà mai e l’illusione che essere preparati ci permetterà di avere una vita sicura: senza dolore.

In realtà in bioenergetica si parla di più illusioni: una per struttura caratteriale. Il punto è che spesso ci identifichiamo con il nostro ideale dell’Io e consideriamo quello il nostro carattere. È piuttosto come vorremmo essere che come siamo. E tutte le volte in cui ci scopriamo diversi da come vorremmo essere misuriamo quella distanza tra come siamo e come vorremmo essere come il nostro personale elemento di fallimento. In realtà abbiamo semplicemente incontrato una delle nostre illusioni e non c’è illusione della mente che non abbia un sostegno in uno schema corporeo di risposta e percezione.

Fai attenzione ai tuoi pensieri, perché diventano parole. Fai attenzione alle tue parole, perché diventano le tue azioni. Fai attenzione alle tue azioni, perché diventano abitudini. Fai attenzione alle tue abitudini, perché diventano il tuo carattere. Fai attenzione al tuo carattere, perché diventa il tuo destino. Lao Tzu

Il carattere e l’organizzazione delle difese

Visto da questo punto di vista la struttura caratteriale diventa un’organizzazione della difesa e l’espressione del miglior compromesso che abbiamo potuto raggiungere tra il nostro bisogno di dare e ricevere amore e le risposte dell’ambiente in cui siamo cresciuti.

Questo bisogno innesca, per Lowen, una sequenza che potremmo riassumere in questi passaggi:

  • a) ricerca del contatto, intimità, piacere;
  • b) deprivazione/ privazione/ frustrazione / punizione;
  • c) ansia;
  • d) difesa.

La difesa nasce quindi per superare l’ansia che la risposta negativa dell’ambiente al nostro bisogno produce. Tanto più è diffusa e precoce quest’ansia, tanto più sono profonde e strutturate le difese che devono contrastarla.

Le illusioni nei diversi caratteri

Nel carattere schizoide, che ha subito un rifiuto molto precoce e che si sente continuamente sotto la minaccia di andare in frantumi l’illusione è una idea di superiorità, a volte accompagnata dalla fantasia di essere stati adottati o di avere altri genitori rispetto a quelli biologici. Nel carattere orale l’illusione è quella di poter dare agli altri all’infinito senza tenere conto delle proprie reali risorse. Lo psicopatico è ossessionato dal potere e cerca di compensare così la sensazione di essere stato inerme in mani poco rispettose. Il masochista è convinto che qualsiasi fallimento dipenda dal fatto di non essersi impegnato abbastanza (e a volte non si impegna abbastanza per avere una giustificazione pronta ad eventuali fallimenti). Mentre il carattere rigido ha  paura dei tradimenti e si nasconde dietro ad una moralità intransigente. Il narcisista si nasconde dietro un sé ideale per compensare le ferite del proprio Sé reale. Queste distinzioni caratteriali sono interessanti ma – c’è sempre un ma – nessuno di noi è propriamente dentro uno di questi caratteri. Siamo un puzzle organico di difese e di illusioni.

Illusioni che possono essere raggruppate attorno a quello che dicevo poc’anzi: l’illusione di poter evitare il dolore, l’illusione di poter prolungare il piacere, l’illusione di una  vita sicura.

Il punto è che – qualunque illusione – arriva prima o poi al punto di rottura, alla delusione. E questo suscita ansia.

L’ansia e l’illuminazione

Come dice Alexander Lowen, l’ansia nasce come reazione alla frustrazione provata in una condizione piacevole. Se, ripetutamente, quando siamo aperti, amorevoli e rilassati accade un fenomeno avverso – una frustrazione, una punizione o un rimprovero – è molto possibile che si strutturi una forma di ansia cronica che ci porta ad evitare la condizione piacevole che ha scatenato il rimprovero. Oppure, cerchiamo di ripetere quella situazione piacevole ma in modo da non provare ansia, per esempio attraverso l’uso di alcool.

Le difese diminuiscono l’ansia ma riducono anche la vitalità. La difesa, ovviamente, non blocca tutte le iniziative di ricerca del piacere, ma ogni difesa, ponendo un limite alla vitalità è anche una piccola morte. In bioenergetica i vari tipi di difese sono considerati come insieme di tensioni psicosomatiche e formano delle tipologie caratteriali che definiscono lo stile di ricerca del piacere di ogni individuo. Per Lowen infatti la ricerca del piacere è l’orientamento primario dell’essere umano mentre la ricerca della realtà è un orientamento secondario. Questo spiega perché per lui l’ansia è la spinta che produce le difese e non il loro effetto.

Cosa succede se a questo punto inseriamo la pratica di mindfulness? Succede che – del nostro carattere – vediamo gli elementi di ansia che attivano il sorgere delle difese. Riconosciamo il momento in cui sorgono le illusioni e ne riconosciamo la loro natura: le esploriamo accettando la loro esistenza ma, in questo atto di riconoscimento, ne diventiamo di nuovo padroni consapevoli. È lì che, secondo me, arriva l’illuminazione.

Noi terapisti bioenergetici non avviciniamo un paziente guardandolo come un tipo caratteriale. Lo consideriamo un individuo unico la cui ricerca del piacere è impedita dall’ansia nei confronti della quale ha eretto delle difese tipiche. Alexander Lowen

L’illuminazione

Nella pratica di meditazione l’illuminazione è uno stato di pace permanente che nasce dall’abbandono di ogni illusione. È descritta come un’esperienza nella quale si “vedono” le cose come sono realmente e non più come esse appaiono. Aver raggiunto l’illuminazione significa aver visto attraverso la trama di illusione e ignoranza, e attraverso l’oscuro velo della comprensione abituale, la luce e la chiarezza della verità stessa. In termini più semplici direi che, ogni volta che riusciamo a vedere la nostra personale verità, passiamo attraverso un processo illuminante. Un processo che, qualche volta, è percepito come una  vera e propria illuminazione.

Anziché guardare il mondo dalla rabbia, dalla tristezza, dall’eccitazione, guardo la rabbia, la tristezza l’eccitazione. Chandra Livia Candiani

Se integriamo l’analisi del carattere alla mindfulness come potrebbe essere il percorso che porta alla consapevolezza – a quelle micro esperienze di illuminazione – che ci permettono di liberarci dal carattere, di cambiare diventando se stessi?

Il primo punto è entrare in contatto con il nostro carattere così come viene definito nella ricerca del contatto e dell’intimità e così come viene definito nel rifiuto che abbiamo ricevuto nella nostra storia relazionale di ricerca.

Il secondo aspetto è riconoscere l’ansia fondamentale, quella che ha dato vita alle nostre difese e lo schema disfunzionale – e ripetitivo – di pensiero.

Il terzo aspetto è lasciar andare l’illusione di base che si nasconde dietro le nostre difese e accettare di integrare aspetti diversi della nostra personalità in un processo in cui diamo valore al cambiamento come diamo valore alla continuità.

Per disegnare questo percorso abbiamo bisogno del lavoro corporeo così come abbiamo bisogno della pratica di mindfulness. il lavoro corporeo permette di liberare la percezione da vecchie modalità di risposta. Permette di vedere con occhi nuovi cose che abbiamo già visto. La pratica di mindfulness ci aiuta a cogliere la delicata trama delle nostre illusioni e a riconoscer come questa trama attraversa la mente e viene confermata dal corpo. Insieme ci permettono di illuminare, di guardare con occhi diversi, la relazione che sta tra l’ansia e il piacere e come la nostra ansia limiti, nella nostra vita, l’accesso al piacere.

In bioenergetica quando le tensioni fisiche si sciolgono iniziano le vibrazioni: iniziamo a tremare. Ecco cosa ne dice Chandra Livia Candiani “Non voglio imparare a non aver paura, voglio imparare a tremare. Non voglio imparare a tacere, voglio assaporare il silenzio da cui nasce ogni parola”

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