Oga Tokarczuk è una psicologa che ha vinto l’ultimo premio Nobel per la letteratura. Ha una scrittura che viene definita “anarchica” perché non è né prosa né poesia. Non è solo autobiografica ma è anche autobiografica. Si inserisce in quel filone di scrittrici che rompono la dualità prosa/narrativa con una prosa molto poetica e un linguaggio vivo e disorientante. In fondo, Olga Tokarczuk, scrive la mente. Scrive la propria mente e risponde così all’eterno dilemma tra prosa e poesia, tra narrazione e autobiografia. In fondo, anche lei, è psicologa. Noi psicologi abbiamo una sindrome che lei descrive così.

La sindrome

La storia dei miei viaggi non è altro che la storia di un malessere. Soffro di una sindrome che si può trovare facilmente in qualsiasi atlante delle sindromi cliniche e che, come afferma la letteratura specialistica, sta diventando sempre più frequente. La cosa migliore è far riferimento alla vecchia edizione del Libro delle sindromi, una sorta di enciclopedia di psicologia degli anni settanta. Per me rappresenta anche una fonte d’ispirazione continua. Ma davvero esiste qualcuno che oserebbe ancora descrivere una persona nel suo insieme, in termini generali e oggettivi? Che ricorrerebbe con estrema convinzione al concetto di personalità? Che azzarderebbe una tipologia convincente? Non credo. L’idea di sindrome calza a pennello con la psicologia di viaggio. Una sindrome è piccola, trasferibile, occasionale, slegata da qualsiasi teoria statica. Si può usare per spiegare qualcosa e poi cestinarla: uno strumento conoscitivo monouso. La mia si chiama Sindrome da Disintossicazione Perseverante. Per spiegarla nel modo più semplice, diremmo che si basa su un ostinato ritorno della coscienza a certe immagini, o addirittura su una loro ricerca compulsiva. È una variante della Sindrome del Mondo Cattivo, ultimamente molto ben descritta nella letteratura neuropsicologica come una particolare infezione trasmessa dai media. Si tratta in fin dei conti di un disturbo molto borghese. Il paziente passa molte ore davanti al televisore cercando con il telecomando soltanto i canali dove vengono trasmesse le notizie più terribili: guerre, epidemie e catastrofi. Poi, affascinato da quel che vede, non riesce a distogliere lo sguardo. I sintomi in sé non sono gravi e consentono una vita tranquilla se solo si riescono a mantenere le distanze. Non c’è una cura per questo fastidioso malessere; la scienza si limita qui a un’amara constatazione della sola esistenza della sindrome. Quando alla fine il paziente, spaventato da se stesso, arriva nello studio dello psichiatra, quest’ultimo gli dice di stare più attento al suo stile di vita, di smettere di bere caffè e alcolici, di dormire in una stanza ben areata, di coltivare l’orto, di ricamare o lavorare a maglia. I miei sintomi si manifestano con un’attrazione verso tutto ciò che è rotto, imperfetto, difettoso, screpolato. Mi interessano le forme imprecise, gli sbagli nei lavori creativi, i vicoli ciechi. Ciò che avrebbe dovuto svilupparsi ma per qualche motivo è rimasto incompiuto, oppure al contrario si è sviluppato troppo. Tutto quello che è fuori regola, troppo piccolo o troppo grande, sovradimensionato o incompleto, mostruoso e ripugnante. Forme asimmetriche, che si moltiplicano, che traboccano, esplodono o al contrario si riducono dalla pluralità all’unità. Non mi interessano gli avvenimenti ripetitivi sui quali si concentra la statistica, quelli che tutti celebrano con un sorriso complice di soddisfazione stampato sul viso. La mia sensibilità è teratologica, filomostruosa. Ho l’incessante e faticosa convinzione che proprio qui la vera esistenza si rompa in superficie e riveli la propria natura. All’improvviso, una rivelazione casuale. Un timido “ops”, l’orlo della biancheria intima sotto una gonna plissettata alla perfezione. Uno schifoso scheletro di metallo che striscia fuori dal rivestimento di velluto; l’eruzione di una molla da una poltrona imbottita che smaschera spudoratamente l’illusione di qualsiasi morbidezza. @Olga Tokarczuk

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