A volte si sente dire che la depressione è la malattia del secolo. Non sono d’accordo, per me vince l’ansia. Che, in modi diversi, attraversa la vita di tutti e, a volte, la paralizza. Poi, come effetto secondario un ansioso può anche diventare depresso ma quello che ci dà filo da torcere è quel sentimento che ci agita non solo per i problemi ma anche per le cose belle della nostra vita.

L’ansia è legata al piacere a doppia mandata: da una parte fare cose piacevoli diminuisce l’ansia. dall’altra se siamo molto ansiosi ridurremo le attività piacevoli per evitare di aumentare una eccitazione che non riusciamo a contenere. Insomma per un ansioso la gestione del proprio livello di attivazione è una attività quotidiana fatta con cura. Regolando la partecipazione a cose che possono aumentare l’eccitazione ed evitando quelle che lo spaventano pensa di riuscire a liberarsi dall’ansia ma raramente questi metodi portano un buon risultato. Inoltre l’ansia, se supera una certa soglia, porta a sviluppare un sentimento più profondo e persistente di angoscia.

L’energia vitale può essere legata da continue tensioni muscolari. Wilhelm Reich

L’analisi dall’alto e l’analisi dal basso

In bioenergetica il tema dell’ansia viene affrontato da due punti di vista, quelli che Lowen chiama “analisi dall’alto” e “analisi dal basso“. L’analisi dall’alto significa esplorare quello che sta nella mente delle persone con una indagine verbale. Non sempre però l’analisi verbale riesce ad identificare il cuore del problema e, a volte, l’energia rimane comunque bloccata dalle tensioni muscolari. È per questo che si ricorre all’analisi dal basso, ossia a partire dal rilascio della tensione che risiede nel corpo. Questo allentamento della tensione permette l’emergere di nuovo materiale verbale che possiamo elaborare attraverso il lavoro verbale, la cosiddetta “analisi dall’alto“. Nell’esplorazione verbale la ricerca rimane ancorata all’esperienza corporea e l’ansia, come sappiamo, dà una grande quantità di notazioni somatiche.

La formulazione reichiana dell’identità funzionale tra tensione muscolare e blocco emozionale fu una delle grandi intuizioni sviluppate nel corso della terapia analitica delle turbe emozionali. Alexander Lowen

La rigidità muscolare che produce i sintomi fisici dell’ansia non è solo il risultato della repressione ma diventa anche un modo di espressione, un comportamento. L’ansioso non reprime solo degli impulsi: reprimendoli agisce una serie di comportamenti che diventano espressivi della sua condizione. Nel momento in cui la repressione si allenta emerge di nuovo un elemento espressivo. Questa volta espressivo della situazione che ha originato la prima repressione.

L’aumento dell’aggressività

Non è infrequente che l’aumento dell’ansia comporti anche una variazione dell’aggressività. L’ansia infatti vuole ridurre la vicinanza con certe situazioni e quindi reprime i movimenti di avvicinamento. È come se avessimo un gas che viene compresso: paradossalmente ci può rendere più impulsivi perché la spinta delle emozioni trattenute ha uno spazio meno ampio in cui realizzarsi. Insomma a volte l’ansia si esprime come rabbia. Ma qual’è il gas che ha meno spazio nell’ansia? Il respiro!

Quando proviamo ansia tratteniamo il respiro nell’addome o nel torace. In genere è l’addome quello che viene contratto, redendo il diaframma meno mobile e, se questo succede ripetutamente, assumendo uno stile respiratorio poco gratificante e nutriente. La respirazione diventa frenata e il tono emotivo finisce per essere limitato: proviamo meno emozioni perchè tutte le emozioni che sorgono si trasformano in ansia. La prima azione quindi è restituire spazio al respiro con il lavoro corporeo.

L’ansia è anche utile

L’ansia non è sempre patologica, proprio come tutte le altre emozioni ha una funzione informativa. Ci permette di attivarci quando ne abbiamo bisogno e rende le nostre reazioni più rapide. L’ansia diventa patologica quando è sproporzionata alla situazione esterna che l’ha provocata. E qui dobbiamo fare una precisazione. L’ansia non è sempre patologica ma è sempre percepita dall’Io come una minaccia, ed è per questo che fa sì che ci attiviamo. Quando però diventa uno stato cronico altera la nostra naturale propensione ad avvicinarci o a ritirarci dall’esperienza e altera quindi il nostro rapporto con la realtà. Per questa ragione il nostro approccio all’ansia richiede anche un contemporaneo lavoro sul grounding, sul radicamento alla realtà. Mettere i piedi per terra costituisce una buona assicurazione contro l’ingigantimento dei problemi che è prodotto dall’ansia.

L’ansia, la ripetizione e la coazione a ripetere

A tutti può far piacere ripetere certe attività: ci danno un ritmo, ci rassicura avere delle routine, ci fa piacere tornare in luoghi dove siamo stati felici. E molta della nostra vita è disegnata da routine psico-fisiologiche come il sonno, l’alimentazione, l’attività sessuale e così via. La ripetizione di queste attività è basata su certi bisogni ricorrenti che provocano – se insoddisfatti – uno stato di tensione. E, se pensiamo che non potranno venir soddisfatti, uno stato di ansia.

Ciononostante nella nostra vita ci sono ripetizioni che non sono affatto piacevoli e situazioni nelle quali rimaniamo incastrati, senza riuscire a cambiare. Esiste una coazione a ripetere che va al di là del principio di realtà e di piacere? Sì, esiste ed è dovuta al fatto che non tutta la nostra energia psichica è andata avanti. Una parte di noi è rimasta incastrata in un evento traumatico (piccolo o grande che sia) e continuiamo ad averne paura anche se – razionalmente – sappiamo che non c’è un reale pericolo. E questa è una prima parte della ripetizione. La seconda parte della ripetizione è, invece, legata alla relazione: tendiamo a rimetterci in relazioni in cui ri-viviamo la stessa situazione che non abbiamo risolto in precedenza. L’intenzione è buona: vogliamo imparare. L’effetto può essere difficile perché ci rimettiamo in una situazione che produce l’ansia della ripetizione.

Il corpo, l’ansia e l’happy end

Nel corpo l’ansia si struttura attorno ad una motilità inibita e questa inibizione può provenire da tre aspetti: debolezza, solidità e rigidità.

È ovvio che sentirsi deboli può aumentare la nostra ansia ed è interessante esplorare le funzioni legate alla parte del corpo in cui si sentiamo deboli. Meno evidente che questo possa avvenire anche per la solidità e la rigidità ma spesso, dal punto di vista bioenergetico, la solidità di un tratto corporeo è espressione di una energia ristagnante. L’accumulo di grasso attorno alle natiche o alle cosce spesso esprime una motilità inibita più che un vero e proprio problema di peso. Così come delle gambe rigide hanno spesso muscoli contratti che danneggiano l’equilibrio. L’ansioso ha bisogno di riprendere contatto con la propria flessibilità e, invece, molto spesso, viene sostenuto a diventare sicuro. Una condizione che può essere sfuggente come un pesce nell’acqua per chiunque viva la vita del XXI secolo. Così molti ansiosi diventano rigidamente aggrappati a poche certezze incrollabili che li spingono ancora di più in una situazione d’evitamento. Il corpo, per essere sano, ha bisogno di essere flessibile. È tanto difficile dire che la flessibilità sta nel corpo e la sicurezza sta nella flessibilità?

E se l’happy end che tutti gli ansiosi cercano disperatamente fosse nei tre punti che nessun altro analista guarda: i piedi, la colonna vertebrale e la relazione tra il bacino e le gambe?

I piedi e le gambe. Mentre persino l’analista freudiano tradizionale osserva l’espressione del viso, pochi terapeuti analitici studiano la forma e il movimento della parte inferiore del corpo. Per la verità, dirigiamo la nostra attenzione innanzi tutto alla posizione assunta dall’individuo. È diretta, inclinata all’indietro o in avanti? Il peso del corpo poggia sulle gambe o sul sacro? Il paziente poggia sui talloni o sugli avampiedi? Il bacino e le gambe Il bacino può ondeggiare liberamente, il che dà all’individuo grazia nel movimento, oppure può essere irrigidito in una posizione spostata sia in avanti che all’indietro. In entrambe queste ultime posizioni è evidente un’interruzione nella linea naturale del corpo. Col bacino spostato in avanti e sollevato c’è tensione nei muscoli addominali, ipertensione dell’addome retto e contrazione delle natiche; si ha l’impressione che l’individuo tenga chiusi gli sbocchi naturali della scarica. Le tendenze alla ritenzione sono fortemente marcate nella struttura caratteriale. Un bacino immobile è associato a un decremento della potenza sessuale; il bacino ben tirato indietro è fissato in una posizione retratta che rappresenta una repressione sessuale. La colonna vertebrale L’individuo con la spina dorsale curva non può avere la forza dell’Io di una persona la cui spina dorsale è diritta. D’altro canto, la rigidità della spina dorsale, mentre aumenta la forza per sorreggersi, diminuisce la flessibilità. Inoltre, tali individui spesso provano dolore nella parte inferiore della schiena. Ho curato molti pazienti che lamentavano questo disturbo; in tutti i casi la riduzione della tensione dei muscoli lombo-sacrali, la maggiore motilità del bacino, l’analisi del conflitto represso e una soluzione del problema delle pulsioni inibite, portano alla completa scomparsa del dolore e della infermità. La rigidità della spina dorsale non è evidente soltanto nella perdita di flessibilità nel movimento, ma anche nella tensione dei muscoli lombari.

Alexander Lowen

La rana che voleva diventare un bue

In una tiepida mattina di primavera, una rana e i suoi ranocchi stavano sulle tranquille acque di uno stagno . D’improvviso arrivò un enorme bue che tranquillo brucava l’erba ai bordi dello stagno.
I ranocchi stupiti cominciarono a lodare la enormità di quell’animale. E a dir tutta la verità anche la stessa rana era molto meravigliata; tanto che le nacque in petto una certa invidia.
Pensava che forse avrebbe potuto (e dovuto) diventare enorme come lui. Così disse ai suoi piccini: voglio diventare enorme come lui, mi gonfierò d’aria!!!
E la rana cominciò a gonfiarsi e a gonfiarsi così tanto che tutta la pelle le tirava. Chiedeva ai suoi ranocchi: Sono grossa come il bue?
I ranocchietti rispondevano. No, mamma. La rana raccolse tutte le sue forza e continuò a gonfiarsi. Si gonfiò così tanto che finì per scoppiare. Chi soffre d’ansia fa come mamma ranocchia: continua a fare qualcosa che, invece che renderlo più forte, lo mette più in pericolo perché cerca di aumentare la sua forza facendolo diventare diverso da quello che è. Assomiglia a mamma ranocchia anche perché l’ansia fa saltare qua e là senza sosta. Oppure, in alternativa, rimanere nascosti. La forza della rana è diversa e necessaria al mondo quanto la forza del bue. La riduzione dell’ansia sta nel trovare, ognuno di noi, tranquillità nella misura della propria forza, accettando che per tutti la forza è misurata dalla debolezza.

© Nicoletta Cinotti 2019  Photo by Kat J on Unsplash

Cambiare diventando se stessi: il piacere, l’ansia e le difese

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