Curare è sempre una bellissima avventura. È il suo fascino che fa sì che ogni giorno moltissime persone siano impegnate in questa piccola grande impresa. Come accade in tutte le imprese eroiche anche chi cura deve sconfiggere un antagonista. Solo che l’antagonista spesso non è il male – fisico o psichico – che dobbiamo combattere. Molto spesso il vero antagonista è la persona che vogliamo curare.

Se la malattia è una malattia fisica è molto frequente che ci siano dubbi e perplessità rispetto all’efficacia e utilità dei farmaci. Se invece il problema è un problema emotivo dobbiamo fare i conti con il fatto che, le nostre difese, proprio quelle che, in questo momento, ci creano dei sintomi e dei disagi, in qualche momento della nostra vita ci hanno salvato. Ed è difficile accettare di lasciar andare qualcosa che ci ha salvato per qualcosa di nuovo che ancora non conosciamo

Leggiamo i bugiardini, leggiamo i manuali di psicologia, costruiamo dei kit fai da te, confrontiamo domande e risposte di diversi professionisti. Perché lo facciamo? In parte senz’altro per avere la soluzione migliore possibile ma in parte perché, dietro allo stare male, nel corpo e nella mente, c’è un senso di tradimento e una perdita di fiducia. Credevamo che le cose sarebbero state più facili o che ne saremmo venuti fuori con meno problemi. Il dolore ci fa chiudere e la terapia, invece, ci chiede di aprire. Ne vale la pena? mi domandano spesso i miei pazienti. Vale la pena rischiare e cambiare? Vale la pena lasciare un dolore conosciuto per l’incertezza di un cambiamento?

A volte poi, dentro di noi c’è anche un’altra voce. Una voce che dice che dovremmo farcela da soli, che questi non sono i veri problemi, che siamo inetti solo perchè abbiamo bisogno.

Quando emerge l’antagonista alla cura – quello che il vecchio Freud definiva resistenze – io chiamo in soccorso un aiutante: la nostra parte bambina, quella che ancora aspetta che qualcuno si prenda cura dei suoi bisogni: spesso niente è più convincente di quella piccola voce che ci chiama ad essere chi siamo. A diventare chi siamo. A lasciar andare i panni che ci nascondono per dare aria al nostro vero Sé. Perchè lei ha voglia di vivere: le nostre difese solo di sopravvivere.

Nel profondo di ciascuno di noi c’è un bambino che era innocente e libero e sapeva che il dono della vita era il dono della felicità. Alexander Lowen

Pratica del giorno: La classe del mattino

© Nicoletta Cinotti 2018 La cura del silenzio

Photo by Jay Castor on Unsplash

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