In questi giorni ascolto. Tante storie dentro la grande Storia che stiamo vivendo. Il cassiere del supermercato che sogna di andare di nuovo a correre. Il corriere che ha il magazzino pieno di merci che non può consegnare né al venditore né al produttore. La mamma che non ha un momento senza “cozze (i figli) e quella che ha un programma da generale di un esercito. Le persone in ospedale, con altre patologie, isolate dal mondo. Il sacerdote che organizza l’invio per mail dell’omelia domenicale e quello che teme, invece, per i propri fedeli, la mancanza di un saluto. Storie che arrivano, disegnano uno scenario emotivo e ti vorrebbero trascinare verso una conclusione. Quella che scrive la penna del nostro umore, della nostra emozione dominante.

Ascolto queste storie senza correre alla previsione del finale. lascio che il finale sia ignoto. Mi limito a rimanere presente.

La tendenza ad anticipare la conclusione, la fine di ogni cosa, è una tentazione fortissima. Però quello è il momento in cui smettiamo di ascoltare. Quella fine, quella che immaginiamo, è così forte da toglierci la possibilità di ascoltare. Invece la vita ci fa un invito diverso. Ci invita ad aspettare: la conclusione arriverà ma non sarà solo la nostra fantasia ad averla disegnata. Anticipare ci piace perché ci offre l’ebrezza del potere. Ci concede la magia della predizione. Ma dà una spinta all’assenza: anticipare non ci rende più forti e nemmeno più felici. Anticipare ci fa solo esercitare il nostro controllo e qui, invece, ci serve padronanza e flessibilità per organizzare e riorganizzare con intelligenza quello che accadrà. Dobbiamo essere pronti e per essere davvero pronti non bisogna essere troppo preparati: sembra un paradosso ma è così. prepararci troppo mette in campo risorse ed energie che non sappiamo se saranno davvero necessarie

Lasciar sospeso oggi è un atto creativo che ci permetterà di muoverci con saggezza nel momento in cui potremo muoverci. La retta azione ha anche bisogno del momento giusto e anticipare, prevedere, preparare con troppo anticipo toglie il momento giusto e toglie la possibilità di dare una risposta davvero dinamica e  legata al momento presente. Ecco perché la pratica nasce dalla consapevolezza del respiro. Lo sappiamo che dopo l’inspirazione arriva l’espirazione e che in mezzo – brevissime come un palpito – ci sono le pause. È in quelle pause che succede tutto. Togliere le pause renderebbe il nostro respiro inefficace. Anche se potessimo fare un respiro ampissimo, senza quelle pause, senza quella sospensione che permette che la respirazione  ascolti sé stessa, non avverrebbe il cuore del nostro respiro: lo scambio interno, il passaggio cellulare.

Siamo come equilibristi, temerari, che più rimangono sospesi e più sono al sicuro. Siamo sempre al margine della nostra vita. Poi c’è il momento in cui ci saltiamo dentro. Quello è un momento benedetto, i cui trasformiamo la nostra vita in un’opera d’arte. Quello è il momento in cui pratichiamo pausa: siamo talmente dentro l’esperienza presente che non c’è niente da aspettare ma solo tanto da vivere.

Ascoltami come chi ascolta piovere,
né attenta né distratta,
passi lievi, pioviggine,
acqua che è aria, aria che è tempo,
il giorno non finisce di andarsene,
la notte non arriva ancora,
figure della nebbia
al voltare l’angolo,
figure del tempo
nell’ansa di questa pausa,
ascoltami come chi ascolta piovere,
senza ascoltarmi, ascoltando ciò che dico
con gli occhi aperti verso dentro,
addormentata con i cinque sensi svegli,
piove, passi lievi, rumore di sillabe,
aria e acqua, parole che non pesano. Octavio Paz

Pratica di mindfulness: Spazio di respiro di tre minuti oppure alle 8 sulla pagina FB una pratica di mindfulness della serie “Back to basics”

© Nicoletta Cinotti 2020 Back to basics 3

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