Ho finito in questi giorni la quadrilogia de “L’amica geniale”. Non credevo sarei arrivata alla fine (non amo i romanzi molto lunghi) ma visto che il libro finisce più o meno quando Lenu ha la mia età e visto che mi sto domandando qual è la storia della mia vita, la curiosità mi ha spinto fino in fondo. Forse non tutti abbiamo amiche geniali ma sicuramente spesso le amiche sono compagne di corsa e con il passare del tempo guardi in modo più riflessivo alle amicizie.

Comunque arrivata all’ultima parte del quarto volume ho avuto l’impressione che l’autrice facesse fatica a concludere, che rimandasse la parola fine perché le dispiaceva salutare i suoi personaggi. Ecco, ho pensato, quando non riusciamo a lasciar andare qualcosa o qualcuno perché ci siamo affezionati o perché avremmo voluto che le cose prendessero un’altra piega, è come se trattenessimo la storia della nostra vita. Una storia che, se la lasciamo libera scorre. Poi ci sono eventi, per gioia o dolore, nei quali rimaniamo incastrati. Diventano pozze in cui l’acqua che scorre si annida e forma stagni, laghi, anse, in cui rimaniamo a mollo a lungo. In parte perchè abbiamo bisogno di capire, in parte perché, come la moglie di Lot a volte rimaniamo impietriti da quello che accade. In parte, più semplicemente, perché non possiamo accettare che le cose non siano andate come volevamo noi. Mi rendo conto che più frequentemente io rischio di cadere in quest’ultima pozza. Un po’ stupidamente la mia attenzione è attirata dalle cose che non sono andate come volevo e rimango ad esplorare se ho qualche resposnabilità, come mai, e così via. Come se, quando le cose vanno come desidero non fosse un fatto casuale ma un mio merito. Questo è quello che chiamo la mia stupidità. O forse dovrei dire la mia arroganza, la superbia. La storia delle mie pozze è più la storia della superbia che la storia del dolore. Il dolore mi spinge avanti per riflesso incondizionato e vitale.

La presunzione che le cose debbano andare diversamente, ahimé, mi rende stagno. Così vorrei dire alla mia “amica geniale” – perché tutti noi ne abbiamo una – che cancellarsi è diverso da cancellare. Cancellarsi è un atto attivo, complesso, pieno di illusione di libertà. Non credo che liberi davvero però lo facciamo spesso. Unsubscribe è un’azione che facciamo quando vogliamo far finire qualcosa. Cancellare qualcuno è, invece, pensare di non aver bisogno di ascoltare perché non si riesce a capire. O perché quello che capiamo fa troppo male. Il punto però non è cancellare o cancellarsi ma, piuttosto lasciar scorrere la vita senza presunzione. Anche la nostra vita ha il suo corso. Lasciamoglielo fare.

Esistere è questo, pensai, un sussulto di gioia, una fitta di dolore, un piacere intenso, vene che pulsano sotto la pelle, non c’è nient’altro di vero da raccontare. Elena Ferrante

Pratica di mindfulness: La pratica informale: il panorama della nostra vita (traduzione di un breve discorso di Jon Kabat-Zinn)

© Nicoletta Cinotti Il programma di Mindful Self-compassion Photo by Hien Nguyen on Unsplash

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