La consapevolezza basta? Basta essere consapevoli di quello che accade dentro di noi perchè sia possibile attivare un cambiamento? Se dovessimo giudicare sulla base di quanto parliamo della consapevolezza direi proprio che – a parole – la consapevolezza è il vero punto di partenza. Ma quale consapevolezza? La consapevolezza della nostra storia o la consapevolezza delle nostre sensazioni?

E questa domanda apre già uno scenario diverso: esistono due consapevolezza? Si, esiste una consapevolezza narrativa ed una consapevolezza esperenziale. La consapevolezza narrativa è quella che ci fa raccontare la storia della nostra vita. La consapevolezza esperenziale è quella che ci permette di dire ciò che sentiamo, nel momento in cui lo sentiamo ma non racconta grandi storie. Procede per fotogrammi mentre la consapevolezza narrativa procede per film. Questi due tipi di consapevolezza non sono scollegati: la consapevolezza esperenziale è la base su cui costruiamo le storie. La differenza è che le storie possono rimanere immobili anche a lungo mentre, invece, le esperienze mutano continuamente.

Sono rimasta traumatizzata

Una mia paziente mi raccontava un evento che le era successo qualche tempo prima. L’evento in sé era stato traumatizzante, anche se non era stato un vero e proprio trauma. Era stato traumatizzante perchè improvviso e intenso, ma era passato abbastanza tempo e noi avevamo lavorato su questo evento in due modi diversi: eravamo partiti dal corpo e poi avevamo ricostruito la storia. Il corpo aveva ri-acquistato gradualmente una memoria sensoriale di quello che era avvenuto. C’erano volute molte sedute per ricostruire la qualità dell’esperienza percettiva e per fare, di quell’evento, una storia completa. Alla fine di questo lento lavoro – che lei aveva chiamato “Il puzzle” – una volta era arrivata e mi aveva detto “Sono stata traumatizzata da quell’evento ma ora non so sono più: è passato”. Come siamo arrivate li?

Abbiamo fatto un percorso che è partito dalle sensazioni del corpo, ha allargato il panorama a tutti gli elementi presenti nella situazione e, dopo aver lasciato parlare il corpo, abbiamo iniziato a costruire un racconto articolato di quello che era successo. Era stato un evento traumatizzante ma non un vero e proprio trauma: passare dal corpo era stato possibile senza grossi problemi.

È stato rapido e indolore?

L’evento in sé e per sé non era durato molto e il suo racconto poteva occupare 30 minuti. Perchè gli effetti sono durati nel tempo e perchè è stato necessario tanto tempo per scioglierlo emotivamente? Gli effetti di quell’evento – come di tutti gli eventi che ci hanno traumatizzato – durano tanto tempo perchè rimangono letteralmente scritti nel corpo. Le tensioni corporee ricreano lo stato emotivo connesso all’evento e agli esiti dell’evento stesso e anche se, razionalmente, sappiamo che è tutto finito, il nostro corpo non si convince. Ha bisogno di ri-acquistare la fiducia e di sciogliere le tensioni che sono rimaste. Non possiamo farlo velocemente perchè nello sciogliersi della tensione riaffiora il dolore dell’evento. Raccontarlo può essere quasi neutro anche quando, sentirlo, non lo è affatto.

Ogni tensione cronica nel corpo è un’area di potenziale dolore che possiamo percepire se tentiamo di sciogliere la tensione. Il dolore costringe a lavorare molto lentamente con il corpo (…) L’espansione di un’area contratta, equivalente a lasciarsi andare, non è realizzabile in un colpo solo. Alexander Lowen

Ecco perchè il lavoro corporeo richiede molte ripetizioni. Si compie a poco a poco – anche se la nostra mente ha fretta – in modo che la nostra personalità possa adattarsi ad una maggiore libertà espressiva. Espressiva, direte voi? Sì, espressiva perchè, abbastanza stranamente, dopo il lavoro corporeo, affiorano altre parole, altri frammenti verbali degli eventi. Anche se li avevamo già raccontati molte altre volte, abbiamo bisogno di dare voce, in modo diverso, sentito, a quello che è successo.

Per quanto lentamente si lavori il dolore è inevitabile perché ogni passo nell’espansione o nella crescita implica un’esperienza iniziale di dolore che scompare quando il rilassamento o l’espansione vengono integrati nella personalità. Alexander Lowen

Ho avuto un trauma

Un’altro paziente è arrivato da me perchè soffriva di attacchi di panico. Una vita apparentemente normale ma una serie inspiegabile di attacchi di panico. Forse non tanto inspiegabili per quello che è emerso dopo. Dopo molte sedute è emerso un ricordo, molto confuso, di un abuso sessuale protratto nel tempo dell’infanzia. Con molta difficoltà abbiamo ricostruito quello che era avvenuto: non c’era bisogno di passare dal corpo. Il corpo, nel racconto, era già molto presente con sentimenti intensi che si accompagnavano a sensazioni fisiche. Nel ricostruire il racconto, nello svelare la verità, nell’autorizzare i sentimenti che la persona aveva provato era l’atto stesso del dire e del condividere che compiva una trasformazione rilevante: il semplice dire ad un’altra persona rompeva il muro di omertà che la persona aveva sperimentato. E la cura del trauma – perchè in questo caso di trauma si era trattato – non poteva prescindere dalla possibilità di esprimersi.

In questo caso – e in tutti i casi in cui si sia verificato un trauma specifico – è necessario che il lavoro corporeo diventi ancora più cauto e più lento perchè l’energia psichica che è rimasta intrappolata nel corpo potrebbe, se emergesse troppo violentemente, ri-traumatizzare la persona.

Generalmente il dolore emotivo è più difficile da accettare e tollerare del dolore fisico. Quest’ultimo è localizzato, il primo è pervasivo. Sentiamo il dolore emotivo in tutto il corpo, nel nostro essere. Il dolore emotivo è sempre la perdita dell’amore. Alexander Lowen

Lasciamo parlare il corpo o raccontare la mente?

In entrambi questi esempi la parte espressiva è stato un elemento centrale della cura: ma erano parole del corpo o un racconto della mente? Erano parole del corpo. Le parole del corpo sono facili da riconoscere: sono in prima persona, sono al presente (o al massimo al passato prossimo) e fanno emergere sensazioni. Anzi nascono dalle sensazioni fisiche. I racconti della mente invece possono essere in terza persona o addirittura usare la forma impersonale. Parlano al passato e usano in condizionale o il congiuntivo ma poco il modo indicativo e raccontano una sequenza di scene come se fosse un film. Vogliono comunicare a chi ascolta la storia che è accaduta mentre le parole del corpo vogliono esprimere il proprio vissuto. Le storie della mente esprimono una realtà che è avvenuta e si è cristallizzata in una sorta di fermo immagine: è difficile che dal racconto esca una novità a meno che non si sia creato uno spazio perchè il corpo possa parlare. Tendono anche a definire un ruolo e una fisionomia stabile al protagonista: può essere la vittima o il carnefice, innocente o colpevole ma il racconto è sempre ego-riferito.

Cosa dobbiamo fare delle storie della mente? Possiamo usarle con cautela, esplorarle con attenzione, aggiornarle frequentemente perchè se noi cambiamo anche l’impatto del nostro passato su di noi deve essere diverso. Se siamo psicoterapeuti ogni giorno siamo abituati ad ascoltare tante storie: tantissime storie della mente e – se non usiamo un approccio esperenziale – poche parole del corpo. Che fare di tutte quelle storie? Ascoltarle con interesse e ricordare che, molto spesso, quelle storie sono un modo per costruire un legame d’amore con noi. I nostri pazienti hanno bisogno di trovare un alleato, un genitore buono che stia sempre dalla loro parte (anche quando avrebbero bisogno di qualcosa di opposto). Non possiamo che partire dalle storie della mente ma se vogliamo che davvero la consapevolezza sia un frutto della psicoterapia, se davvero vogliamo che questa consapevolezza porti un cambiamento concreto nella vita dei nostri pazienti, allora dobbiamo trovare un modo per far emergere le parole del corpo. Perché? Perchè il corpo non mente e una psicoterapia ha bisogno di tutta la verità possibile perchè sia davvero efficace.

Gli individui che sono sopravvissuti alla perdita dell’amore nell’infanzia hanno un’enorme paura di rompere un legame affettivo (…)perché risveglia i sentimenti che hanno vissuto nell’infanzia quando la sopravvivenza era legata al fatto di essere parte di una famiglia. Ed è connesso al fatto che la solitudine costringe a vivere intimamente con il proprio sé. Alexander Lowen

Le storie costruiscono legame e non ci fanno sentire soli: le parole del corpo, invece, ci costringono ad attraversare la solitudine della nostra esperienza. Il legame costruito per non stare soli risente però di questa ipoteca: prima o poi è necessario attraversare quello che abbiamo vissuto perché quello che rende difficile vivere soli è anche quello che rendere difficile stare in una relazione.

L’individuo ha bisogno di un legame per ridurre il dolore emotivo ma questo non viene mai sciolto attraverso l’altra persona. Alexander Lowen

Le lacrime versate e quelle trattenute

Il dolore emotivo si scarica nel pianto che scioglie la contrazione cronica nel corpo. Per essere efficace il pianto deve essere profondo quanto il dolore, perché le lacrime trattenute, trattengono, paradossalmente, anche il dolore. Il corpo ha bisogno di essere lasciato libero di dire la verità. Certo se rimaniamo in superficie proviamo meno sensazioni e le sensazioni sono dolorose. A volte rimanere a lungo in superficie è indispensabile perchè quella profondità è troppo oscura. Quello che è importante però è sapere che la consapevolezza verbale, narrativa, non basta. Prima o poi dovremo fare una piccola immersione: non sarà tornare nel dolore. Noi da quel dolore siamo già usciti. Siamo sopravvissuti. L’immersione non serve per riprovare inutilmente quel dolore: l’immersione serve per liberare quella parte di noi che è rimasta imprigionata nel passato.

© Nicoletta Cinotti 2018

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