Ci accorgiamo subito quando qualcuno è distratto: sia online che dal vivo. La distrazione è una delle poche cose sulle quali è quasi impossibile fingere. Cambia lo sguardo, cambia, in maniera impercettibile, la presenza dell’altro davanti a noi e il nostro rilevatore di attenzione segnala subito se siamo finiti fuori strada, se abbiamo dimenticato chi ci stava di fronte persi dietro ai nostri pensieri o dietro alla tecnologia.

Le sessioni online, paradossalmente, lo rivelano ancora di più permettendo una visione del viso in primo piano. Ma come mai siamo così sensibili rispetto al ricevere (e al dare) attenzione? Perché l’attenzione è il primo segnale di coinvolgimento relazionale. Il primo segnale che ci permette di comprendere che siamo “ingaggiati” in qualcosa o in qualcuno.

L’attenzione nelle relazioni

Credo di aver assistito a molti conflitti nati da una mancanza di attenzione reciproca. Genitori distratti che si ritrovavo soverchiati dal caos dei loro figli, partner delusi che manifestano il loro scarso coinvolgimento affettivo attraverso la distrazione e la disattenzione. Anniversari dimenticati, chiamate non fatte, appuntamenti a cui arriviamo in ritardo sono tutti segnali a cui è difficile dare un significato univoco eppure ci colpiscono.

Di che cosa ha bisogno l’attenzione? Di qualche ingrediente essenziale (messo insieme dalla colla della curiosità): osservazione, percezione, capacità di entrare in relazione (in una relazione intima), capacità di stare da soli. Il frutto di tutto questo? Un rinnovato senso di presenza, creatività e motivazione!

Osservare

Guardiamo tutto il giorno ma siamo sicuri di vedere davvero? Una delle cose che rende più “incastrate” le relazioni è proprio la tendenza a considerare il proprio partner, o il proprio figlio, sempre soggetto agli stessi errori. Una ricerca osservativa sulla relazione madre – bambino ha dimostrato che tendiamo a non vedere i nuovi comportamenti quando il nostro umore è basso. Più le madri sono depresse, più tendono a non riconoscere e sostenere i cambiamenti di comportamento dei loro bambini. E come potrebbero sostenerli? Notando che hanno fatto qualcosa di nuovo, qualcosa di diverso e validando questa novità con un gesto di riconoscimento visivo – sì, può bastare un sorriso – o verbale. La stessa cosa accade nelle relazioni tra partner. È vero che siamo abitudinari e che quindi tendiamo a ripetere le stesse modalità ma il segreto del cambiamento sta nel riconoscere e rinforzare tutti quei comportamenti che escono dallo schema ripetuto, invece che sottolineare quelle situazioni in cui si ripete lo stesso schema (che è proprio il rischio che corriamo).

Come fare per sostenere i comportamenti nuovi? Osservare senza pregiudizi quello che accade è il primo passo. Quando siamo distratti entriamo in una specie di torpore percettivo che può diventare anche “molto spesso”. Riducendo le nostre capacità di osservazione riduciamo anche le nostre possibilità di cambiamento e le possibilità di cambiamento relazionale.

Si tratta di far caso alla maggior parte possibile di quello che c’è là fuori, e di impedire che le scuse e la noia degli obblighi limitino la nostra vita. L’attenzione è vitalità. Vi connette con gli altri. Vi rende curiosi. Restate curiosi. Susan Sontag

Vogliamo provare a metterlo in pratica con un esercizio? Questo esercizio fa parte del protocollo di Mindful Parenting ma non è riservato ai genitori. Sarebbe utile guardare il proprio partner con mente del principiante almeno un giorno a settimana!

Esercizio: La mente del principiante come genitore tratto da Mindful Parenting di Susan Bōgels, per Enrico Damiani associati editore

Scegli cinque minuti durante la settimana in cui osservare tuo figlio o tua figlia nella maniera più discreta possibile. Puoi farlo mentre dorme, mentre gioca, mentre legge, quando è davanti al computer o alla TV o in qualunque altro momento ti sembri adatto. Attiva tutti i sensi e osserva tuo figlio con piena attenzione, come se fosse la prima volta che lo vedi. Puoi anche immaginare di essere un pittore, un illustratore, un reporter, un fotografo o un videomaker. Che aspetto ha questo bambino? Nota i suoi colori, le forme, i chiari e gli scuri. Nota ogni piccolo dettaglio, stringendo e allargando il fuoco, dal dettaglio a tutto l’insieme e viceversa. Osserva attentamente come si muove. Ascoltalo: il tono della sua voce, i suoni che produce mentre si muove, il suono del respiro o il battito del cuore. Puoi anche usare gli altri sensi, a seconda della situazione. Se sei seduto vicino al bambino forse puoi sentire l’odore della sua pelle o dei suoi abiti. Se il bambino è seduto accanto o in braccio a te, come lo senti al tatto? Ne puoi sentire il gusto? I neonati ad esempio spesso toccano la bocca dei grandi con le dita. Cosa provi mentre osservi tuo figlio così, con la mente del principiante, come se lo vedessi per la prima volta? Non cercare di cambiare l’esperienza in alcun modo; è quel che è. Prendi qualche appunto su questa esperienza nel tuo quaderno, se lo desideri.

Percepire

Quest’estate ho ascoltato una bellissima trasmissione radiofonica su John Cage. Innovatore musicale, Cage è stato per un certo periodo in Italia e partecipò anche a Lascia e Raddoppia: era totalmente al verde e quella vincita gli dette un po’ di respiro: segno del suo carattere poliedrico e anticonformista. Quanti altri artisti si sarebbero avventurati in questa impresa?

Ma la vera impresa di John Cage – la sua opera più conosciuta – fu 4’33”, un’opera in cui la musica è quella casuale, prodotta dal silenzio e dai suoni naturali per quattro minuti e trentatré secondi. Un’idea con un illustre predecessore: La sinfonia degli addii di Haydin chiamata così perché nell’esecuzione dell’adagio finale i musicisti a turno smisero di suonare, spensero la candela del loro leggio (l’opera è stata scritta ed eseguita nel 1772) e lasciarono la sala. L’esecuzione fu conclusa da due violini con sordina, suonati da Haydn stesso e dal primo violino, Luigi Tomasini. Con questo finale il compositore alludeva al proprio desiderio di tornare a casa dopo una lunga permanenza, insieme alla sua orchestra, nella dimora estiva del principe Nikolaus Esterházy.

Cos’hanno di straordinario queste due opere? Ribaltano l’idea che la musica sia solo composizione e permettono al suono del quotidiano di evocare un ascolto. Permettono, attraverso il silenzio, di percepire cosa c’è, dentro e fuori di noi.

Dovunque ci troviamo, per lo più sentiamo rumore.
Quando lo ignoriamo ci dà fastidio.
Quando lo ascoltiamo lo troviamo affascinante. John Cage

Un esercizio di ascolto: i suoni del silenzio

In questo file audio, il silenzio – accompagnato da sporadici suoni della campana – permette di esplorare il proprio ascolto. Ad ogni suono possiamo scegliere se fermarci o continuare la pratica, per seguire e riconoscere il nostro silenzio e cogliere il rumore dei pensieri come parte – inevitabile – del processo che conduce al silenzio. Per ascoltare clicca qui

La capacità di stare da soli

Siamo tutti capaci di stare da soli? Beh potremmo dire che una volta raggiunta l’età adulta i nostri bisogni di socialità includono anche ampi spazi per la solitudine. Ad essere sinceri però la capacità di stare da soli e quella di stare in relazione sono davvero aspetti altalenanti, molto legati a fattori di personalità, alla storia personale e alla condizione di bisogno che possiamo vivere.

Dando per certi questi aspetti personali possiamo dire però che la capacità di stare da soli si nutre di alcuni ingredienti: uno dei quali è essenziale. È la capacità di essere concentrati. Come ti racconto nel mio ultimo libro – “Mindfulness in cinque minuti. Pratiche informali di ordinaria felicità” – l’attenzione ha tre diverse qualità: concentrazione, attenzione selettiva e consapevolezza aperta. Se non riusciamo a stare da soli la concentrazione è quasi impossibile perchè, anche se siamo concentrati su un oggetto esterno, quando avviene questo processo siamo, inevitabilmente, anche soli. Non solissimi ma uno.

Questa possibilità è fortemente ridotta dalla nostra costante connettività: siamo sempre in rete. Sempre a controllare messaggi e mail che esprimono, di fatto, il nostro essere in una consapevolezza aperta: niente di male. il problema è quando non possiamo stare concentrati perché, in quel caso, limitiamo tantissimo il registro delle nostre possibilità mentali e il registro della nostra creatività. Sì, hai capito benissimo: saper padroneggiare l’attenzione e passare dalla consapevolezza aperta, all’attenzione selettiva e alla concentrazione coltiva il pensiero laterale e le nostre capacità creative. La capacità di padroneggiare questi tre tipi di attenzione non è legata ad eventi stra-ordinari. È quando riusciamo a rimanere attenti nell’ordinario che davvero possiamo dire di essere padroni della nostra attenzione, che davvero possiamo dire di essere fuori da quell’anestetico dell’attenzione che è il pilota automatico.

Uscire dal pilota automatico significa anche entrare in un modo nuovo di percepire. Sono le stesse cose ma noi le vediamo come se le incontrassimo per la prima volta.
È una specie di ri-percezione che facilita lo sviluppo e il cambiamento. Una ri-percezione che non crea distanza o disconnessione dalla propria esperienza ma ci rende, piuttosto, maggiormente capaci di guardarla, sentirla e conoscerla profondamente.Questa freschezza percettiva può offrire maggior equilibrio e capacità di risposta alle esperienze abitualmente soverchianti, dandoci anche l’opportunità di riflettere per poter scegliere valori e azioni più in sintonia con la situazione nella quale ci troviamo.
L’esperienza diventa più eloquente ed espressiva: chiara nel valore che attribuiamo a quello che accade, osservata con maggiore flessibilità emotiva e mentale, capace di offrire attenzione e contatto anche ad aspetti che prima venivano evitati.

Di questo ti parlerò nel mio prossimo libro, in uscita a Dicembre per la Collana Quaderni di meditazione pubblicata dalla RCS e ogni martedì in edicola (Clicca qui per il piano completo dell’opera). Sarà un libro dedicato a meditazione e scrittura ma, soprattutto, a come le parole, l’attenzione, la meditazione e la scrittura rendano il nostro processo di cambiamento creativo e nutriente! Il titolo? Parole che si poggiano sul cuore!

Quello che succede ogni giorno, il banale, il quotidiano, l’evidente, il comune, l’ordinario, l’infra-ordinario, il rumore di fondo, l’abituale, in che modo renderne conto, in che modo interrogarlo, in che modo descriverlo? Georges Perec

Due esercizi per coltivare l’attenzione tratti da “Mindfulness in cinque minuti. Pratiche informali di ordinaria felicità”, Gribaudo editore

© Nicoletta Cinotti 2020 L’attenzione alle parole

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