Hai presente quella voce che commenta tutto quello che fai? Come se non la riguardasse e fosse lì, comodamente in poltrona, a guardare e giudicare la tua vita? Quella che è sempre nel momento giusto quando tu hai appena fatto una cosa sbagliata e non c’è mai quando hai fatto una cosa giusta? Bene, quando hai fatto una cosa giusta non c’è perché, in quel momento, non c’è una divisione interiore tra te e te. Ti senti bene, provi appagamento, soddisfazione e quindi non c’è bisogno di separarsi in due: una parte che sbaglia e quella che corregge. Possiamo essere uno perché abbiamo integrato il corpo e la mente e questa integrazione ci permette di sentire le onde di piacere nel corpo, l’emozione che riverbera nel viso e nel petto, i pensieri finalmente a casa.

Poi, appena sbagliamo qualcosa, possiamo stare tranquilli che ci divideremo di nuovo in due. A volte anche in tre o quattro. Perché l’errore – o l’uscire dalla propria comfort zone – è associato ad una emozione forte e dolorosa come la vergogna o il senso di colpa, l’ansia e affini. Emozioni con una carica così intensa che, per salvare qualcosa, ci dividiamo e facciamo modo che almeno una parte di noi – quella che rimprovera e commenta – sia salva dall’aver sbagliato, salva dall’aver vissuto. Perché questo sono gli errori: il segno che abbiamo vissuto.

C’è un piccolo ma non insignificante dettaglio: evitiamo di riconoscere, nominare, esplorare l’emozione che ci spezzetta. Come se fosse inconoscibile oppure un pacco bomba che non si può arrestare. Come arriva esplode. Questa è l’altra faccia della nostra divisione tra ragione e sentimento. La convinzione – insana – che non si possa conoscere le emozioni ma si possano solo trattenere o esprimere. Nascondere o mostrare. Non è così; proprio come la ragione privata di afflato emotivo non è una buona ragione, l’emozione privata di comprensione non è una buona compagnia. Lo scienziato che studia non è privo di affetto per l’oggetto delle sue ricerche: lo ama e si appassiona tanto che diciamo che lavora anima e corpo. Se ci permettiamo di conoscere l’emozione che ci frammenta anche noi iniziamo a lavorare anima e corpo e l’oggetto della nostra esplorazione, lo scopo della nostra ricerca, non è qualcosa di avulso da noi ma la nostra stessa vita.

Iniziamo a pensare “out of the box”, fuori dalla scatola del già conosciuto e compreso e ci avviciniamo alla più basilare delle verità della mindfulness: se vuoi cambiare qualcosa incontra l’atomo dell’esperienza e lascia che i singoli attimi percettivi danzino davanti a te costruendo significati nuovi. Costruendo configurazioni nuove. Lasciando che l’intuizione – e non la paranoia – sia la colla che tiene insieme la realtà così come la percepiamo.

Noi non meritiamo una soluzione, ci meritiamo qualcosa di meglio. Ci meritiamo il nostro diritto di nascita che è la via di mezzo, uno stato mentale aperto che riesce a rilassarsi con il paradosso e l’ambiguità. Nella misura in cui abbiamo evitato l’incertezza, è naturale che avremo sintomi di astinenza – astinenza dovuta al pensiero che vi sia un problema e che qualcuno, da qualche parte, debba risolverlo. Pema Chödrön

Pratica di mindfulness: La pratica di gentilezza amorevole della mattina

© Nicoletta Cinotti 2020 Il protocollo MBSR Online

 

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