Ho passato due giorni della settimana lavorando off-site con una azienda: eravamo nel Monferrato in una natura bellissima. Il tema era come portare mindfulness e creatività nel proprio lavoro. Il vero tema, per tutti, è come lavorare felici visto che passiamo la maggior parte della nostra vita lavorando? Ci sono delle caratteristiche che facilitano il nostro lavoro e altre che lo ostacolano? C’è una relazione tra la nostra vita personale e la nostra vita lavorativa che sia reciprocamente arricchente?

Proviamo ad andare con ordine (che l’ordine è una mia personale passione!)

Google e l’esempio dell’intelligenza emotiva al lavoro

Chade Meng Tan era HR a Google quando incontrò Daniel Goleman e iniziò ad occuparsi di intelligenza emotiva. Il loro progetto è di rilevanza internazionale ed è diventato anche un programma che si chiama “Search Inside yourself”. Quali sono le caratteristiche che definiscono un buon leader? Saggezza e compassione. Due termini che è necessario definire e la cui natura si presta a innumerevoli punti di vista. Chade Meng Tan definisce la saggezza una esperienza di chiarezza e intuizione che ci permette di comprendere che cosa è meglio fare in una specifica situazione. Per raggiungere questa condizione sono necessari tre aspetti:

  • portare la mente in una condizione di chiarezza nel momento in cui abbiamo bisogno di essere precisi. La mindfulness sviluppa la capacità di portare la mente in una condizione di equanimità. Una capacità particolarmente rilevante nei momenti in cui c’è una situazione di crisi. Questa capacità di rimanere equanimi e chiari in una situazione di crisi è quello che permette di ricevere l’attribuzione di leader: non è la forza ma la chiarezza.
  • saper riconoscere quello che sperimento e per saperlo riconoscere saperlo anche nominare, perchè “naming is taming”. Saper riconoscere le emozioni è parte integrante delle informazioni fondamentali: se cerchiamo di negare le emozioni che sono nel quadro saremo spinti da ciò che neghiamo a reagire o a offuscare la mente. La consapevolezza non significa negare la presenza di stati emotivi negativi: significa conoscere il positivo e il negativo.
  • Il terzo elemento è la presenza di intuizioni che non fanno parte di un oggetto specifico ma sono il risultato di un’apertura della consapevolezza.

Siamo sicuri che sul lavoro serva la compassione?

È possibile lavorare bene se sentiamo che non c’è attenzione per la nostra difficoltà e la nostra sofferenza? E qui entra in gioco un elemento che fa la differenza: se la nostra motivazione personale è forte possiamo sopportare anche grandi condizioni di stress e fatica. Se sentiamo che queste realizzano uno scopo nel quale ci riconosciamo e che arricchisce il nostro Sé. Se invece sentiamo che questa nostra sofferenza non è vista ma è solo una conseguenza inevitabile e a beneficio degli altri, la nostra resilienza diminuisce a finiamo per entrare in un circolo vizioso di azione e reazione.

Qui si inserisce il ruolo che Chade Meng Tan dà alla compassione: riconoscere le fonti di disagio e fare qualcosa per alleviarle. Poi, siccome anche lui dev’essere un tipo piuttosto ordinato, stabilisce altre tre caratteristiche della compassione nel luogo di lavoro, una compassione che è una intenzione, ossia un’azione che non si realizza come obiettivo ma come processo:

  • l’intenzione di non arrecare danno, di avere una buona volontà e l’intenzione di essere generosi
  • la pratica di gentilezza amorevole o Metta che si basa su un semplice fatto – un po’ rivoluzionario a dire la verità – la compassione si basa sulla gioia e augurare il bene ad un’altra persona ci procura gioia, una sfumatura di gioia che ci connette con la parte migliore di noi.
  • La compassione diventa azione: come dice Thich Nath Hanh la compassione per essere autentica richiede che sia un verbo.

Queste caratteristiche, dice Chade Meng Tan, sono caratteristiche che coltiviamo attraverso la pratica di mindfulness e sono anche caratteristiche che rendono la qualità del nostro business diversa e, in qualche modo, vincente. Un team che ha un leader che promuove queste caratteristiche diventa un team che può sostenere la pressione e che sviluppa un approccio visionario.

La migliore leadership non riguarda la figura del leader ma la qualità del gruppo. Il buon leader aiuta il team a sperimentare, a risplendere e perché questo possa avvenire deve aiutare i membri del gruppo a prosperare e a lavorare bene insieme. Perché questo avvenga i leader che escono dalla media praticano saggezza, compassione e mindfulness. Chade Meng Tan

Overlap: l’esperienza di Maam

L’idea portata avanti da Chade Meng Tan è rivoluzionaria perchè abbiamo una visione del business e del potere che è essenzialmente e radicalmente diversa. Avere potere è combattere, lottare, emergere. Questo perché la nostra idea del potere, dice Riccarda Zezza, Ceo a Maam, è un’idea basata sul nostro sistema difensivo. Un’idea da cacciatori. Uno schema in cui ci può essere un solo vincitore e tutti gli altri sono e devono essere perdenti. Un’idea che, da più parti e in più modi, iniziamo a considerare sorpassata proprio perché basata sul dispendioso sistema difensivo. Ma c’è un’altro aspetto da considerare: finora abbiamo pensato e creduto che le abilità che utilizziamo sul lavoro siano sostanzialmente diverse da quelle che riguardano la nostra vita personale. La conseguenza è che la nostra vita diventa a compartimenti stagni: da una parte siamo sul lavoro, competitivi e stressati, dall’altra siamo a casa…altrettanto competitivi e stressati! Perchè se una cosa è certa è che il nostro stato emotivo ha importanti sovrapposizioni – overlap – tra quello che viviamo a casa e quello che viviamo sul lavoro.

Considerare questo aspetto significa pensare al luogo di lavoro come un luogo in cui possono entrare altri parti della nostra personalità: per esempio  la nostra vita affettiva, le nostre qualità di cura, la nostra capacità di pianificazione e organizzazione che non è utile solo sul lavoro ma anche e soprattutto quando devi fare la spesa per una famiglia (e anche i single hanno bisogno di organizzare il frigo!)

Le soft skills: una strada a due direzioni di marcia

Maam – il progetto di cui Riccarda Zezza è CEO – utilizza le competenze legate alla genitorialità per portarle nel mondo del lavoro. Sono le cosiddette soft skills che migliorano e si modificano quando diventiamo genitori. Capacità di problem solving, leadership, networking, project management,’innovazione crescono e ci accrescono. Pensare alla genitorialità non più come esperienza antagonista ma come esperienza collaborativa con quella professionale significa pensare ad una visione del potere etica. Con la metafora della maternità, l’obiettivo della leadership diventa “far crescere”. Inoltre, quando si sommano più ruoli tutte le energie diventano essenziali: non siamo più in una condizione di resilienza ma di “transilienza”, un termine che attraversa il programma Maam e definisce una meta competenza che permette alle competenze e alle energie di fluire da una parte all’altra della vita.

La sopravvivenza della nostra specie non si è basata solo sulle capacità di lotta: la nostra sopravvivenza è legata alla socialità. Senza il sostegno del gruppo di appartenenza per i mammiferi umani – con un lungo percorso prima dell’autonomia – non c’è possibilità di vita, come raccontano le ricerche antropologiche di Kristen Hawkes e di Sarah Blaffer Hrdy. Non solo: le donne sono specializzate nella creazione di legami – linking e non ranking – perchè sono consapevoli che la cura dei bambini richiede una rete di socialità allargata. La socialità al femminile è una socialità che costruisce legami – linking – e non gerarchie – ranking – cambiando quindi la prospettiva con cui si guarda alla leadership.

Le soft skills declinano quindi una strada a due direzioni di marcia: dalla vita privata al lavoro, dal lavoro alla vita privata. Insomma, come diceva Nietsche “Maturità dell’uomo significa avere ritrovato la serietà che si metteva nel gioco da bambini”

Il punto, per noi donne, non è tanto entrare nelle regole del gioco dettate dal potere abituale ma cambiare le regole del gioco. Arricchire la visione del potere con le qualità che si basano sulla nostra vita. Riccarda Zezza

Un commercialista in cerca di rifugio

Questa storia è unica e, nello stesso tempo, classica. Una persona che ha un sogno e, ad un certo punto, cambia vita. Non senza portarsi dietro le competenze della vita precedente.

Roberto Patti è il proprietario del Rifugio Serot: un rifugio privato perché, se non lo sai, è possibile essere proprietari di un Rifugio. In Trentino, dove i rifugi sono circa 180, c’è un piccolo numero di Rifugi alpini che sono di proprietà privata. Roberto lavora in uno studio di commercialisti ma ha un sogno: una casa dove ospitare e coltivare. Compra il Rifugio dodici anni fa e scopre le sue abilità manuali mettendole in pratica nella ricostruzione del Rifugio e in tutti i lavori di falegnameria che fa lui direttamente. E quando le cose sono avviate lascia lo studio da commercialista ma non le capacità che ha appreso. Mi racconta che saper fare un bilancio, sapere quanto costa un piatto, avere una capacità preventiva e consuntiva  sono abilità fondamentali quanto le sue capacità di falegname.

La motivazione a realizzare questo sogno ha sicuramente esteso le personali capacità di resilienza ma ha anche fatto crescere la sua capacità di buon commercialista e imprenditore. La sua è una storia unica eppure delle caratteristiche della storia di Roberto sono comuni: una visione, saper immaginare e lasciare che l’immaginazione porti al di là della realtà quotidiana. E un impegno che include un buon livello di senso pratico e di competenze professionali. Ma la sua storia non finisce qui. Il Rifugio è avviato, co-gestito con una coppia che l’aiuta e che è formato da un cuoco – meraviglioso – e una maitre di sala. Saranno loro che gestiranno in futuro il Serot perché Roberto, di padre siciliano, ha in mente un terreno di mandorle e agrumi in Sicilia, con tre piccole case da ristrutturare: le affitterà d’estate e – come dice lui – vivrà con meno ma più sereno, perché non vuol fare come suo padre che è morto a 58 anni senza aver gustato mai del tempo libero!

Riassumendo cosa fa lavorare felici?

Si sommano condizioni personali e di gruppo:

  • occuparsi del benessere delle persone rende un capo un vero leader e il team più produttivo,
  • stabilire gruppi di lavoro con una propensione al linking e non solo al ranking;
  • avere una visione o un sogno che includa le proprie personali soft skills, quelle che esprimono la nostra personalità ma vanno al di là del nostro egoistico benessere;
  • fidarsi della propria immaginazione;
  • imparare dall’esperienza

A proposito dell’imparare dall’esperienza vorrei raccontare una piccola storia che illustra lo stile di leadership di Roberto, il proprietario del Rifugio Serot. Il cuoco Aronne era in crisi perché aveva ricevuto una brutta recensione, ingiusta. Nei giorni successivi il suo malumore per non essere stato compreso dal cliente è travasato nei piatti – meno curati del solito. Roberto è stato zitto fino a che non è arrivata una nuova recensione negativa. A quel punto è andato dal cuoco e gli ha detto: “Vedi la prima recensione era ingiusta, la seconda no. Te la sei cercata con la tua reattività. Guarda tu cosa vuoi fare per il futuro“. Da allora non ci sono state più recensioni negative. Vi assicuro che i piatti sono uno spettacolo da vedere e da mangiare. Ma, soprattutto, Roberto ha lasciato che il suo meraviglioso cuoco imparasse dall’esperienza e dalla sua personale motivazione a fare bene.

 

 

 

La chiave è lasciar andare due cose: l’avversione e l’aggrapparsi. L’aggrapparsi è quando la mente cerca disperatamente di tenere qualcosa e si rifiuta di lasciarlo andare. L’avversione è quando la mente lotta contro qualcosa e rifiuta di lasciarlo andare. Sono una il rovescio della medaglia dell’altra e sono i responsabili del 90%, forse del 100% della sofferenza che sperimentiamo.
― Chade-Meng Tan, Search Inside Yourself: The Unexpected Path to Achieving 

© Nicoletta Cinotti 2019

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