Sono cresciuto cercando di avere l’aspetto di mio padre, il modo di parlare di mio padre, la postura di mio padre, le opinioni di mio padre, e il disprezzo di mia madre per mio padre». Ecco, c’era proprio tutto.” Jules Feiffer

Sono una specialista in avversione. Non solo perché mi occupo di depressione ma proprio perché ho un rilevatore per quello che non va. Secondo la psicologia buddista ci sono tre tipi di personalità. Quella dominata dal desiderio e dall’avida ricerca del bello, quella dominata dall’avversione e pronta a rilevare quello che non funziona e quella dominata dalla confusione. Jack Kornfield racconta queste tre tipologie ne “Il cuore saggio”. Più o meno tutti rientriamo in una di queste tre tipologie con molte variazioni e sfumature ma la cosa interessante è che queste caratteristiche di personalità possono essere lo scalino su cui si appoggia la nostra trasformazione se sappiamo riconoscerle e cavalcarle con saggezza e senso dell’umorismo

Vedere quello che non va

Per chi fa un lavoro clinico – medico, psicoterapeuta, fisioterapista, logopedista e via discorrendo – avere una personalità avversativa è una specie di vantaggio. Riconosci prima e con più chiarezza quello che non funziona e non hai tanti dubbi su cosa fare. Il problema è fermarsi: perché c’è sempre qualcosa che non va e se entri nel loop di questo approccio alla vita non riesci a gustare quello che, invece va proprio bene così com’è. Se i problemi non finiscono mai non riusciamo nemmeno a stare nella soddisfazione per quello che c’è di positivo. Dev’essere per questo che l’unico modo per fermarmi è sempre la pratica della gratitudine.

 

La mente giudicante

Ovviamente questa personalità porta con sé una mente molto attiva nel giudizio che lotta contro l’esperienza così com’è nel desiderio di renderla come dovrebbe essere. Il vero punto di svolta per me è stato arrivare a comprendere che l’avversione non era fuori ma era uno stato interiore. Fino a che pensavo che ci fosse qualcosa di esterno da aggiustare era quasi impossibile fermarmi. L’idea che l’avversione sia un seme dentro che io proietto fuori ha cambiato radicalmente il mio modo di vedere le cose

“I testi buddhisti parlano di «una montagna di dolore»; ci dicono che le nostre lacrime di dolore potrebbero riempire i quattro grandi oceani. Quando proviamo dolore, sofferenza, senso di perdita, frustrazione, abbiamo l’abitudine di tirarci indietro, pieni di avversione, oppure di partire a testa bassa, pieni di rabbia, per criticare o per scappare. Jack Kornfield

 

Solo rabbia? No, anche paura!

Insieme alla rabbia la paura è l’altro sentimento dominante: paura della perdita, del fallimento, della rovina. Una sensazione di insicurezza e vulnerabilità che rende più attivi nel tentativo di ottenere quello che non abbiamo: un terreno stabile sotto i piedi.

Non è impossibile sviluppare una risposta sana alla rabbia e alla paura. Basta mettersi in quello spazio minimo e virtuale che c’è tra la reazione e la possibilità di risposta.

Durante l’ultimo lavoro di gruppo avevo messo a disposizione i miei tappetini yoga tra cui c’era anche il mio tappetino personale che è diverso dagli altri e quindi spicca per il colore. Quando sono andata a prendere il “mio” tappetino mi sono accorta che era stato già preso. Nessun problema, mi sono detta, lo prenderò dopo la sessione. Ma la persona che l’aveva preso non lo ha rimesso nel solito posto insieme agli altri. Lo considerava “suo” e quindi l’ha portato in camera e per tutti gli incontri arrivava con il tappetino, lo usava e poi lo riponeva in camera. Osservare come la mente stava trattando la vicenda del tappetino è stata una delle cose più divertenti di quei giorni.

Avevo un tappetino, in senso generale erano tutti “miei” tappetini visto che li avevo comprati tutti io, non mi mancava assolutamente un tappetino. Il problema era cosa consideravo mio e cosa consideravo a disposizione di tutti. Malgrado, quindi, non ci fossero ostacoli o difficoltà, random saltava su il pensiero del “mio tappetino”.  Era come se avessero rapito il “mio bambino” e lo tenessero in ostaggio. Ovviamente il tutto corredato da fantasie su come recuperare il tappetino.

Era talmente paradossale che non potevo fare a meno di ridere dentro di me dell’assurdità del pensiero.

Ma come mai provavo così tanto attaccamento e avversione?

In ordine avevo paura di:

  • Non poter più recuperare il tappetino (ovviamente solo quel tappetino, tutti gli altri, che erano usati nello stesso modo, non suscitavano nessuna preoccupazione)
  • Ero una bambina povera e le cose che avevo erano pochissime. Se le perdevo era per sempre
  • Mi domandavo se avevo diritto di avere un “mio”tappetino” e supponevo che no, non era mio diritto

Se avessi scelto di agire, chiedendo in cambio il mio tappetino, mi sarei persa questo spettacolo di arte varia. La verità era la mia mente di povertà che anche nell’abbondanza (c’erano più tappetini a disposizione di quelli che servivano) si preoccupava della mancanza. Non c’è strategia che possa sollevarci da questa paura: possiamo riconoscerla ed esplorarla. Ha qualcosa di tenero e di comico insieme. Comprenderla non serve per cambiarla: serve per guardarla con leggerezza e riconoscere che quasi mai ci arrabbiamo nel presente. Abbiamo sempre un pozzo del passato da cui attingere per le nostre proteste e le nostre difficoltà. Se osservo senza passare all’azione mi risparmio un sacco di sofferenza inutile e assurda. Avrei fatto sentire quella persona in colpa se le avessi chiesto il “suo/mio tappetino” oppure si sarebbe sentita sbagliata o ferita. Chissà cosa aveva anche lei nel suo pozzo e che significato avrebbe pescato dal fondo!

Vuoi saperne di più su rabbia e paura? Vieni alla Feltrinelli di Genova mercoledì 15 Giugno alle 18. Parlerò insieme a Chiara Nardini del mio ultimo libro, “Mindfulness ed emozioni”

La medicina della consapevolezza

Cosa fare a questo punto? Giusto perché sono anche un po’ ossessiva propongo tre passi:

  • prendere consapevolezza e non stancarsi di osservare nei dettagli
  • riconoscere la differenza tra reagire (richiedere in cambio il tappetino) e rispondere
  • distinguere tra l’evento “sono una bambina povera” e la realtà. Tra il dolore della povertà vissuta e la realtà del presente. “al dolore iniziale possiamo aggiungere uno stato mentale contratto, rabbioso, rigido, spaventato, oppure possiamo imparare a vivere lo stesso evento doloroso con minore identificazione e avversione, con cuore più rilassato e compassionevole.”
  • Esaminare la rabbia e l’avversione permette di comprendere che sono stati mentali e che non siamo noi ma solo quello che abbiamo imparato a produrre in reazione ad eventi in catena…lasciando andare la contesa torno gentile. E quando arrivo alla gentilezza, dopo aver esplorato la contesa mi brilla davvero il cuore

(Domani la pratica gratuita sarà dedicata alla rabbia e alla paura) Clicca sull’immagine per partecipare live alle 8 di mattina: troppo tardi o troppo presto? La trovi sul canale youTube!

Trova il tuo tipo

Quando sei in una situazione nuova tendi a vedere per prima quello che ti piace?(Tipo avido) Oppure riconosci subito i problemi più evidenti?(Tipo avversativo) Guardi distrattamente e un po’ confusamente?(Tipo confuso)

Se ti viene riferita una critica cerchi di ammorbidirla o ci vai dentro a piè pari? Oppure rimani confusamente in dubbio?

I tre temperamenti sono avido, avversativo e confuso. Questa settimana abbiamo parlato del tipo avversativo. Nelle prossime due settimane affronteremo gli altri due tipi di risposta di personalità!

Stay tuned!

© Nicoletta Cinotti 2022

 

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