Mi capita molto spesso di incontrare persone che stanno affrontando emozioni difficili. E la prima domanda che fanno a me e a se stessi è perché? Una domanda che spesso cerca colpe e responsabilità, errori e fraintendimenti. Cause esterne e cause interne.

Rimango sempre colpita da questa domanda: non ha una risposta. Malgrado tutta la nostra conoscenza le cause dei fatti che ci accadono rimangono sconosciute, ipotetiche, possiamo solo immaginare – a posteriore – una sequenza di eventi ma non ci serve a nulla. È proprio così: anche quando avremo ricostruito una sequenza non avremo la soluzione perché le difficoltà non sono misfatti. Le emozioni difficili non sono delitti in cui basta catturare il responsabile perché giustizia sia fatta. Cento anni di psicologia hanno alimentato questa ricerca del perché con la convinzione che risalire alle cause avrebbe guarito il dolore.

In realtà questa domanda sposta la nostra attenzione su un piano cognitivo, razionale mentre il dolore che proviamo è emotivo, fisico. Abbiamo bisogno di stare lì, nel luogo in cui proviamo dolore. Nella regione degli affetti che spesso diventa la parte meno frequentata della nostra vita. Se rimaniamo lì non verremo distrutti, ma verremo consolati. È la nostra fuga dal cuore che fa proliferare domande poliziesche. Non ci serviranno a provare meno dolore. Forse ci serviranno ad alimentare la rabbia e l’impotenza. Più copriamo il cuore di ovatta per attutire i colpi più alimenteremo una banda di pensieri. E più questi pensieri nutriranno la nostra infelicità. Più frequenteremo la regione degli affetti più coltiveremo la nostra felicità. Non quella futura ma quella presente.

Siete in grado di evocare sensazioni di gentilezza, accettazione e sollecitudine nel vostro cuore? Dovreste farlo ripetutamente, allo stesso modo con cui riportate la mente sulla meditazione con costanza nella meditazione seduta. La mente non si presterà con facilità perché le vostre ferite sono profonde. Ma potreste tentare, per esperimento, a dedicarvi all’attenzione e all’accettazione per un certo periodo della vostra pratica, come farebbe una madre con un bambino dolorante o spaventato. Jon Kabat Zinn

Pratica di mindfulness: Cullare il cuore

© Nicoletta Cinotti 2016 Le radici della felicità

 

 

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