Questo piede non mi dà altro

che guai. Il tallone,

l’arco, la caviglia… v’assicuro

che mi fa male quando cammino. Ma

sono soprattutto queste dita

che mi preoccupano. Queste

“articolazioni terminali” come sono

altrimenti note. Com’è vero!

Per loro non c’è più il piacere

di tuffarsi a capofitto

in un bagno caldo o

in un calzino di cashmere. Calzini di cashmere

o niente calzini, pantofole, scarpe o cerotti

Ace, ormai è tutto uguale

per queste stupide dita.

Hanno perfino un aspetto assente

e depresso, come se

qualcuno le avesse imbottite

di torazina. Se ne stanno lì rannicchiate,

mute e attonite… oggetti

scialbi e senza vita. Ma che diavolo succede?

Che razza di dita sono queste

che non gliene frega più niente di niente?

Ma sono ancora le mie

dita? Si sono forse scordate

i vecchi tempi, che cosa voleva dire

esser vive allora? Sempre in prima

fila, sempre le prime a scendere sulla pista da ballo

appena attaccava la musica.

Le prime a saltellare.

E adesso, guardatele. Anzi, no.

Non vorrete certo guardarle,

‘ste lumache. È solo a prezzo di dolore

e con difficoltà che riescono a rievocare

i tempi d’una volta, i tempi d’oro.

Forse, quel che vogliono in realtà

è tagliare tutti i collegamenti

con la vita di una volta, ricominciare,

darsi alla clandestinità, vivere da sole

in una casa di riposo principesca

da qualche parte della valle di Yakima.

Eppure c’era un tempoCamminare

che si tendevano

per il desiderio,

che veramente bastava la minima provocazione

per farle inarcare

di piacere.

Sfiorare con la mano

una gonna di seta, per esempio.

Una bella voce, un tocco

sulla nuca, addirittura

uno sguardo di sfuggita. Qualsiasi cosa!

Il rumore di occhielli

sganciati, di corsetti

sbottonati, di vestiti lasciati cadere

sul parquet freddo.

Raymond Carver

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