Quando accade qualcosa di doloroso è molto frequente che sorga la domanda “Perchè?”. Può essere perchè è successo a me, Perché è successo, Perché quella persona si è comportata così, Perchè le cose sono andate in questo modo.

Il dolore apre una lunga lista di perchè e di dubbi. Dubbi perchè la nostra risposta è sempre un’ipotesi. Dubbi perchè ogni volta che parliamo con qualcuno ci sembra che si apra una nuova possibilità di comprensione. Abbiamo bisogno di capire quello che è accaduto “fuori di noi” con la speranza che questa comprensione ci restituisca serenità. In realtà questo proliferare di domande è una parte della nostra modalità di reazione. È un modo per trasformare le emozioni in domande, in pensieri. Sono domande secche perchè non hanno una risposta. Producono però dubbi e paranoie. Rinforzano la nostra fiducia nella ragione, anche se sappiamo benissimo che non sempre trova una risposta e che, molto spesso, quando trova una risposta è più frutto delle nostre ansie che della verità. È qui che molte persone arrivano all’affermazione “ma io sono razionale”, “ho bisogno di capire prima di andare avanti”, “Ho bisogno di capire prima di fare qualcosa”. Come se non sapessimo che quello che possiamo capire, sapere, conoscere è una frazione limitata e che in gioco ci sono cose che nemmeno il nostro interlocutore conosce. Perché non possiamo eliminare il fatto che c’è un elemento di mistero, di non conosciuto. E forse di non conoscibile.

Le cose accadono. E prima di sapere perché e per come accadono, sarebbe utile occuparsi di noi. Confortarsi come faremmo con il dolore di un bambino: senza spiegazioni. Semplicemente abbracciandolo e, forse, cantandogli la sua canzone preferita. A bassa voce perchè il cuore non ha bisogno di un volume alto. Ha bisogno di tenerezza, di contatto, di vicinanza. E quando invece ci facciamo travolgere dal fiume delle domande ci isoliamo nei nostri pensieri e nelle nostre paranoie, rendendo a noi stessi e agli altri molto difficile la consolazione. Con – solius – la radice di consolazione, vogliamo sottolineare l’interezza della persona. Questa è la vera consolazione: sapere che, malgrado tutto, siamo interi e siamo con qualcuno.

Allora tutte le nostre domande, tutti i nostri rovelli interiori, il nostro incessante rimuginare che scambiamo per razionalità e, invece, è solo un flusso di emozioni travestite da pensieri, possono tornare ad essere quello che sono: sabbia che scivola tra le dita.

I pensieri negativi arrivano spesso sotto forma di domande secche, che danno il tormento, logorano l’anima ed esigono una risposta immediata:”Perchè sono infelice? Cosa mi succede quest’oggi? Dov’è che ho sbagliato? Quando finirà tutto questo? Penman, Williams

Pratica di mindfulness: La meditazione del fiume

© Nicoletta Cinotti 2017 Verso una psicoterapia contemplativa: il protocollo MBCT  

Foto di ©Alessandra Leonetti

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