Quando caddero le Torri gemelle, Wislawa Szymborska scrisse una poesia dedicata alle persone che saltavano nel vuoto per sfuggire le fiamme. Una poesia dedicata agli ultimi istanti della loro vita, senza mettere la parola conclusiva perché voleva così, più possibile, prolungare la loro esistenza. Lasciò che quelle parole sospese, come quei corpi nel vuoto, dilatassero il più possibile il tempo: perché le parole possono fare questi miracoli.

Le parole però possono fare tante altre cose: ferire, umiliare, uccidere oppure trasformare le donne in territori di conflitto dove la sessualità è usata per affermare un punto di vista opposto a quello che si attribuisce a quella donna. Come è successo a Carola Rackete.

Su di lei è stato detto tutto e il contrario di tutto. Io vorrei aggiungere una parola sugli epiteti sessisti che l’hanno accolta nello sbarco a Lampedusa e accompagnata durante la navigazione, anche da parte di altre donne. Parole che non useremmo mai per un uomo. Non penseremmo mai di attaccare un uomo in base al suo aspetto fisico: non gli diremmo “sei così brutto che non puoi che fare lo scafista“. Nè gli augureremmo di venir violentato.

Perché il corpo delle donne è ancora considerato terra di vendetta, terra di conquista, terra su cui lanciare parole che hanno la forza dell’abuso di cui parlano? Il Premio Nobel per la Pace 2018 è stato assegnato a Denis Mukwege e Nadia Murad, per «i loro sforzi nel porre fine alla violenza sessuale come arma di guerre e di conflitto armato».

Entrambi hanno dato un contributo cruciale, concentrando l’attenzione e la lotta contro i crimini di guerra su base sessuale. Denis Mukwege ()* ha dedicato la sua vita a difendere queste vittime e, in qualità di medico ginecologo, a cercare di curare se non l’anima, il corpo di queste donne. Nadia Murad (@NadiaMuradBasee)* è la testimone che racconta gli abusi perpetrati contro di lei e contro altri. Abusi a sfondo sessuale.

La stragrande maggioranza delle donne che attraversa la Libia, arriva in stato di gravidanza perché è stata violentata e spesso viene sottoposta ad aborti tardivi che sono un’altra forma di violenza.

Allora se fossi una poetessa vorrei fermare quelle parole, gli insulti sessisti che sono stati rivolti a Carola e gli insulti sessisti che vengono rivolti a tutte le donne. Vorrei che quelle parole rimanessero sospese nell’aria senza arrivare alle orecchie e al cuore di nessuno. Vorrei che galleggiassero nel vuoto fino a che il vento non le trasformi in frammenti fatti di singole lettere che composte diversamente diventino altre parole.

Perché se sparissero dal nostro vocabolario gli epiteti sessisti, verso le donne o verso qualunque minoranza sessuale, sono certa che sparirebbero, piano piano, anche i comportamenti che autorizzano la violenza a sfondo sessuale. Che sia legata a territori di guerra o a territori di conflitto relazionale o culturale. Il sesso non può essere uno strumento per ridurre all’ordine gli indisciplinati.

© Nicoletta Cinotti 2019 Scrivere la mente

Chi sono

Denis Mukwege () lavora nell’ospedale Panzi di Bukavu, nella Repubblica Democratica del Congo, fondato nel 2008 ed è presidente della Panzi Foundation e già vincitore del Sakharov Prize nel 2014. Con il suo staff ha curato migliaia di pazienti vittime di tali abusi. La maggior parte degli abusi è stata commessa nel contesto di una lunga guerra civile che è costata la vita a più di sei milioni di congolesi. Secondo Mukwege uomini e donne, ufficiali e soldati tutte le autorità locali, nazionali e internazionali hanno responsabilità condivisa nel segnalare e combattere questo tipo di crimine di guerra. Ha ripetutamente condannato l’impunità per lo stupro di massa e ha criticato il governo congolese e di altri paesi per non aver fatto abbastanza per fermare l’uso della violenza sessuale contro le donne come strategia e arma di guerra.

Nadia Murad (@NadiaMuradBasee) è un membro della minoranza yazida del nord dell’Iraq, dove ha vissuto con la sua famiglia nel remoto villaggio di Kocho. Nell’agosto 2014 lo Stato islamico ha lanciato un attacco brutale ai villaggi del distretto di Sinjar, finalizzato a sterminare la popolazione yazida. Nel villaggio di Nadia Murad sono state massacrate diverse centinaia di persone. Le donne più giovani, comprese bambine minorenni, sono state rapite e detenute come schiave sessuali. Anche Nadia Murad fu fatta prigioniera e in quel periodo fu ripetutamente oggetto di stupro e di altri abusi da parte dell’esercito dell’Isis. Gli abusi facevano parte di una strategia e sono serviti come arma nella lotta contro yazidi e altre minoranza religiose. Dopo un incubo di tre mesi, Nadia Murad è riuscita a fuggire. Dopo la sua fuga, lei ha scelto di parlare apertamente di quello che aveva subito. Nel 2016, all’età di soli 23 anni, è stata nominata Goodwill Ambassador delle Nazioni Unite.