Anche se il nostro obiettivo è sempre il cambiamento tutti noi sperimentiamo situazioni ripetitive in cui viviamo emozioni molto conosciute o ci troviamo in ruoli ripetitivi. Possiamo essere sempre nella parte della crocerossina oppure del salvatore. Essere sempre nella stessa situazione rispetto alla nostra famiglia d’origine o rispetto alla famiglia attuale. Come mai succede?

È come quando c’è un ritorno di fiamma. Nel caso di un incendio ci sono gesti, apparentemente di aiuto, che possono provocare, invece, un ritorno di fiamma. Sono gesti in cui diamo ossigeno al fuoco e quindi, senza rendercene conto, anche se sembrava spento, riprende vitalità. Covava sotto la cenere ed è bastato poco perché riprendesse forza. Alcune emozioni sono così, come un fuoco che cova sotto la cenere: qualcosa gli dà nuovamente ossigeno e riprende vitalità. Per questa ragione impariamo ad evitare situazioni e contesti in cui possiamo “dare ossigeno” ai conflitti interiori. Ovviamente evitare le situazioni non spegne l’incendio ma, almeno, non gli dà ossigeno.

Cosa fare per spegnere l’incendio: occhio alle storie

Il nostro comportamento è guidato dal significato che diamo agli eventi. Se crediamo che ci sia un pericolo scappiamo, se crediamo di aver di fronte una opportunità ci avviciniamo. Potremmo fare infiniti esempi di come sia la nostra valutazione della situazione che orienta il nostro comportamento. Il problema è che, molto spesso, i nostri significati non sono “freschi”: sono parte di narrazioni che facciamo su di noi e sulla nostra vita. In analisi transazionale queste narrazioni vengono chiamate “copioni”. In Schema Therapy sono le risposte disfunzionali attivate da un insieme di esperienze corporee, emotive e schemi di reazione. In ogni caso sono significati già costituiti sulla realtà che tendono a farci prendere sempre la stessa direzione. Per Reich e Lowen queste modalità “storiche” sono condizionate dal tipo di struttura corporea che abbiamo, dalla nostra armatura caratteriale per cui, per cambiare il nostro modo di rispondere alle cose, dobbiamo, prima di tutto, cambiare il nostro modo di percepirle. La ripetizione alimenta questi copioni e distorce il significato degli eventi. Molte volte mi è capitato di accorgermi che sospendere il giudizio mi ha impedito di far precipitare le cose nella direzione consueta. E ogni volta che riesco a sospendere il giudizio mi confermo che ci sono nuove opportunità. Ogni volta che ripeto lo stesso schema lo confermo e limito la possibilità che accada qualcosa di nuovo. Limito, soprattutto, la possibilità di imparare qualcosa di nuovo.

La possibilità di imparare qualcosa di nuovo

Nella mindfulness il cambiamento passa dall’invito ad imparare, momento per momento, senza aver fretta di arrivare ad un significato e ad una conclusione. Se le storie che ci raccontiamo su di noi fanno riferimento a significati inconsci, la consapevolezza coglie la possibilità rivoluzionaria del presente. Cerchiamo di cambiare la modalità di percezione proprio riportando l’attenzione a quello che accade nel momento in cui accade, rimanendo il più possibile ancorati all’attimo di esperienza, senza giudicare e, soprattutto, senza presumere di sapere. Perché i nostri schemi hanno tutti la presunzione di sapere dove andremo a finire. L’ invito è a sospendere questi copioni e queste modalità reattive e statiche di risposta. Un invito a sospendere le solite storie su di noi. Invito che, malgrado abbia una logica, non sempre viene seguito. Una delle partecipanti ad un protocollo raccontava che la sua tendenza a reagire aggressivamente, che aveva accompagnato tutta la sua vita, per quanto non le avesse dato buoni frutti, era anche difficile da abbandonare. Le era chiaro che la metteva in un guaio eppure aveva, per lei, anche una attrattiva.Perché vogliamo cambiare e rimaniamo uguali?  Solo perché ripetiamo le stesse storie o c’è qualche cosa d’altro?

Le buone ragioni, dette male

Le nostre difese non sbagliano tutto. Hanno funzionato e continuano a rimanere attive per qualche buona ragione. Non sono tutte vere e nemmeno tutte false. Raramente facciamo questa distinzione, raramente cerchiamo di capire che cosa è diventato vecchio nel nostro modo di relazionarsi e cosa, invece, ha significato per noi. Il secondo lavoro che dovremmo fare – dopo la sospensione del giudizio – è riprendere il significato attivo, quello che, in quella specifica situazione, è ancora buono per noi. Invece riprendiamo tutto il copione senza trasformarlo in saggezza. Trasformarlo in saggezza vorrebbe dire imparare dalle esperienze passate. E soprattutto imparare dall’esperienza presente. Ripetere il copione vuol dire, invece, saltare sempre alle stesse conclusioni senza aver verificato se quelle conclusioni siano ancora attuali. Sarebbe una buona idea se iniziassimo a separare il grano dalla crusca: sarebbe una buona idea se, invece che reagire, iniziassimo a riflettere.

Le emozioni del ritorno di fiamma

È vero che ci sono emozioni che alimentano l’incendio in modo particolarmente forte. Due tra tutte: il panico e la vergogna. Anche se sappiamo che parlare in pubblico non ci porterà nessuna rovina, anche se lo sappiamo fare benissimo, anche se sappiamo che guidare in autostrada non ci ha ucciso, le reazioni paniche e di vergogna spesso sono così intense da riaccendere il trauma. Sappiamo che non c’è pericolo ma il nostro corpo lancia segnali che hanno una grandissima intensità e che dominano la scena.

Cosa fare con la vergogna e con il panico?

Io dico spesso che per proteggersi dalla pioggia bisogna avere un ombrello e aprirlo. La pratica di mindfulness, il lavoro bioenergetico, servono a ridurre l’intensità delle emozioni che proviamo ma non hanno un effetto istantaneo. Vanno usate e consolidate nel momento in cui non piove se vogliamo che, quando piove, diventino un ombrello protettivo. Altrimenti entreremo con facilità nell’idea che niente serve: un’idea che è paralizzante.

Ammettiamo però che mindfulness e bioenergetica siano usate con regolarità e vediamo su cosa possono aiutarci.

Livello oculare: Confronto con gli altri, competitività repressa, rimossa e compensata, mascheramento di sè. Vanità ed esibizionismo, per lo più rimossi o repressi, senso di inferiorità e incomprensione. Paura dello sguardo altrui e contemporaneamente paura di guardare gli altri. Livello orale: Inibizione nell’espressione delle emozioni come il pianto, la rabbia ma anche le manifestazioni d’amore e d’affetto. Desiderio rimosso di potere e contemporaneamente senso di impotenza, frustrazione. Difficoltà ad esprimersi verbalmente, a comunicare le proprie opinioni. Livello cervicale: Strutturazione di difese rigide e di un forte controllo razionale. Presenza di un Super-Io doveristico e moralistico. Testardaggine o incapacità a mantenere una posizione. Eccessiva importanza attribuita al giudizio esteriore. Bisogno d’affetto e contemporanea difficoltà al contatto con una forte scissione tra gli aspetti razionali e quelli impulsivi. Livello toracico: Rabbia, ambivalenza; insoddisfazione o depressione, repressione o contrazione delle emozioni. Difficoltà nel coinvolgimento e nella partecipazione Livello diaframmatico: Ansia, chiusura e difficoltà di integrazione tra la parte alta del corpo e la parte bassa. Comportamento masochistico, paura del dolore e della punizione. Difficoltà di auto-accettazione. Livello addominale: Blocco parziale della sessualità con difficoltà al contatto spontaneo. Difficoltà ad abbandonarsi alla tenerezza, alla gioia, al piacere. Livello pelvico:Insicurezza sessuale e difficoltà a lasciarsi andare al piacere. difficoltà di autoregolazione, autogestione delle proprie potenzialità ed energie per ingerenze del Super-Io. Tratto dall’articolo “Il corpo e la vergogna

In cosa può aiutare la bioenergetica

Il primo aiuto sostanziale, è quello di radicarci nella realtà. Quindi avere i piedi per terra non è solo un atto fisico ma è anche un modo per tollerare l’intensità delle emozioni senza perdere la padronanza. Se siamo radicati, grounded, offriamo un contrappeso all’intensità emotiva. Non ci facciamo trascinare e il corpo diventa un ancoraggio. La vergogna poi è un segnale di inibizione che è sempre legato ad un blocco muscolare. Ognuno dei sette blocchi muscolari è connesso ad una specifica sensazione di vergogna. Il blocco oculare corrisponde alla vergogna di essere visti, quello orale, alla vergogna di parlare, quello delle spalle alla vergogna di prendersi delle responsabilità , quello toracico alla vergogna nelle relazioni affettive e così via per arrivare alla vergogna nelle situazioni di potere o nella sessualità che riguardano il blocco del diaframma e quello del bacino. La bioenergetica, aiutando a sciogliere questi blocchi muscolari, libera la sensazione che ha costituito il blocco. Può far riaffiorare la memoria di situazioni traumatiche ma, stavolta, la memoria gioca a nostro favore e libera energie rimaste bloccate. il punto però è un altro. La vergogna, come il panico sono il lato nascosto del narcisismo.

Sia l’emozione della vergogna che quella del panico sono emozioni accentratrici. Tutta l’attenzione della persona è catturata dalle proprie sensazioni fisiche e il mondo esterno passa in secondo piano. Le emozioni assorbono tutta l’energia. Per strano che possa sembrare chi soffre di vergogna patologica e di panico ha bisogno di ricordarsi che al mondo ci sono anche gli altri. Ha bisogno di ricordarselo non in generale, ma proprio nel momento in cui vive l’attacco. Per diluire l’intensità delle sensazioni e per considerare le altre persone una risorsa e non un nemico, come accade nella vergogna. Per essere consapevoli che tutti abbiamo paura e che alcune paure possono essere condivise e smitizzate proprio per la loro universalità. Chi soffre di attacchi di panico raramente è esente da vergogna. Sono due emozioni che si danno la mano: e non è una bella notizia che siano amiche!

Gli altri lupi mi sbranerebbero se sapessero che in realtà il mio grido è un pianto. Octavian Paler

In cosa aiuta la mindfulness

Nel momento dell’intensità emotiva le sensazioni hanno bisogno di essere defuse: l’aiuto della mindfulness sta nel farci vedere che possiamo non essere identificati con quello che proviamo. Che il panico e la vergogna nascono da una eccessiva identificazione con le nostre sensazioni o con i nostri risultati. In questo caso non è solo l’aspetto narcisistico a farci un brutto scherzo ma ha il suo ruolo anche un umore deflesso che fa fatica a contemplare che sbagliare è naturale e che fallire non è un evento catastrofico.

La defusione passa dal corpo, oltre che dalla mente, e qui mindfulness e bioenergetica non sono più distinguibili nella loro efficacia perchè attivano entrambe la capacità di essere consapevoli delle sensazioni fisiche in un clima di spaziosità. La spaziosità che viene dal respiro e dall’aprire, anziché chiudere, di fronte alle tensioni.

Quando una pratica diventa una tecnica

Sia la mindfulness che la bioenergetica corrono un rischio: il rischio di diventare una tecnica. Non sono delle tecniche ma delle pratiche che ci permettono di imparare dall’esperienza. Che ci permettono di riflettere includendo il corpo, le emozioni e i pensieri nel processo di riflessione. Consentono una riflessione inclusiva, tanto diversa dalla rimuginazione sulle solite storie.

Perché quando una pratica diventa una tecnica fallisce? Fallisce perché diventa un modo per manipolare la nostra esperienza. Fallisce perché diventa un atto di auto-aggressività in cui ci diciamo che quello che proviamo non è giusto, non va bene. Ci diciamo che siamo inadeguati e trasformiamo il tesoro della pratica in una cassetta degli attrezzi da elettricista: può darsi che ci illumini ma saremo privi della sua vera luce. La luce che brilla quando – attraverso la bioenergetica e la mindfulness – lasciamo che la nostre resistenza si sciolga e ci permetta così di stare con pienezza nell’esperienza presente.

Perché tornino ad essere una pratica è necessario lasciar andare la nostra idea di miglioramento, smettere di pensare che dovremmo essere diversi, smettere di credere che dovremmo sentire qualcosa di diverso. Ci chiedono di accettare quello che proviamo nel momento in cui lo proviamo. Questa accettazione radicale non ci lascia dove siamo. È il punto di partenza per la nostra crescita e per un vero cambiamento.

L’idea del miglioramento dà ossigeno al fuoco che cova sotto la cenere: dà ossigeno al nostro senso di inadeguatezza e trasforma i nostri sforzi per cambiare in un atto di conferma della nostra pochezza. Accettare le cose come sono, noi come siamo, ci restituisce la pienezza del nostro diritto di crescere. Ci ricorda, come dice Jon Kabat Zinn – che siamo già dovunque vogliamo andare. Basta accorgercene, basta uscire dai copioni per entrare nella rivoluzione del presente.

Per questo i libri su come migliorare se stessi o su come fare una data cosa sono così popolari. Purtroppo, questi sforzi sono destinati a fallire perché essere una persona non è qualcosa che si può fare; non è un atto definito: è un qualcosa che ci obbliga a interrompere il nostro lavoro frenetico, a prendere il tempo di respirare e sentire. Questo può farci sentire dolore, ma se abbiamo il coraggio di accettarlo, proveremo anche piacere. Se sappiamo far fronte al nostro vuoto interiore, riusciremo a realizzarci. Se siamo in grado di andare in fondo alla nostra disperazione, scopriremo la gioia. E in questa impresa terapeutica abbiamo bisogno di aiuto. Alexander Lowen Paura di vivere 

© Nicoletta Cinotti 2019
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